“Lo sport è pace. Lo sport non è guerra”. Valentino Sciotti, il signor “Vini Fantini” si accalora quando parla di quello che sta succedendo alla Israel, squadre che lui sponsorizza, alla Vuelta a España. Parliamo con lui al telefono nel primo pomeriggio. Il mattino Valentino lo ha dedicato alla sua grande passione, una pedalata in bici nel suo Abruzzo.
Valentino, nelle tue sponsorizzazioni nel ciclismo quanto c’è di business e quanto di passione?
“Diciamo ottanta per cento business, però anche tanta passione sia nel ciclismo che in altri sport, soprattutto giovanile. Cerco di dare opportunità ad altri ragazzi, non tanto di diventare campioni nello sport ma di diventare persone con i grandi valori che lo sport insegna”.
Come vive la Israel la situazione che si è creata alla Vuelta?
“Ti spiego come la vedo io. Lo sport è stato sempre superiore a tutto, superiore anche alle guerre. Oggi invece qualcuno vorrebbe capovolgere la situazione. Il disgelo tra Stati Uniti e Cina l’ha fatto lo sport. Io non credo che lo sport deve servire per accogliere delle situazioni violente. Lo sport deve andare molto più in alto. In questo caso specifico voler confondere le due cose mi sembra totalmente sbagliato. Il 95% del budget del team non viene da Israele, ma non vuol dire niente. Anche se fosse venuto il 150% da Israele era lo stesso. Ma Sylvain Adams è canadese da 4-5 generazioni. Premier Tech sono canadesi francesi. Factor non ha niente a che vedere con Israele. Fantini, niente a che vedere. Adams è una persona orgogliosa delle sue origini. Non può manifestarlo nello sport, che lui finanzia, perché è in corso una guerra? Una guerra dove io non voglio entrare su chi ha torto e chi ha ragione, anche perché andremmo a toccare un argomento molto difficile”.
Nei Baschi la protesta contro la squadra è stata dura. E anche nei giorni seguenti le proteste non sono mancate
“Se quattro scalmanati vedono tutta la ragione da una parte e tutto il torto dall’altra, mi dispiace. Io non sono così bravo da vederlo, ma non mi interessa il principio. Lo sport non è guerra, lo sport è pace e lo sport deve continuare ad andare avanti per quello. La protesta è anche facile da cavalcare, è facile da guidare, è facile da prenderla a pretesto. Ma se sei un pacifista non puoi usare la violenza verso nessuno”.

Questa mattina la Israel-Premier Tech ha annunciato che correrà la Vuelta España con la maglia senza la scritta Israel. In pratica la squadra si allinea alla scelta già presa tempo fa per i veicoli e abbigliamento da riposo.
“Io delle volte esco con la maglietta Israel a fare una pedalata. Mi è capitato un giorno a un barro e che una persona mi ha chiesto se non avevo vergogna a mettere quella maglietta. Ho risposto ‘no, perché mi dovrei vergognare?’ Per la miseria, io non sto supportando la guerra. Ha detto, no, perché tu stai sopportando la guerra. Se non la indosso si trova la pace? Se si potessero risolvere le guerre con gesti simbolici sarebbero troppo facile. Le guerre le vogliono in pochi e le combattono in tanti, soffrono tantissimi. I gesti simbolici servono solo per pulire le coscienze. Io non credo che ci siano persone normali che vogliano la morte di altre, di qualunque razza, nazionalità, religione. Niente.Però dobbiamo essere concreti, dobbiamo capire se qualcosa incentiva una guerra oppure no. Questo è un team che ha sempre lavorato per la pace, è un team che ha fatto opere benefiche in tutto il mondo, non da oggi ma da tanti anni, e principalmente a favore di comunità musulmana. Quindi, se permetti, io che conosco la storia, porto questa maglia con orgoglio, pur non essendo ebreo, ma capendo cosa c’è dietro”.

Spiegami. Raccontami
“Vedo ciò che abbiamo fatto insieme in Africa. Ciò che è stato fatto per le ragazze afghane della nazionale ciclistica che non sono state abbandonate da tutti gli pseudo-pacifisti. Sono state lasciate lì al rischio di morte, stanno ancora in Abruzzo alcune di loro. Siamo ancora molto vicini a loro, gli altri invece non li ho visti così vicini”.
Come sei diventato sponsor di Israel?
“Anni fa, non ricordo nemmeno quando, ero a Miami, mi chiamo un amico che ha un ristorante. Mi invita a pranzo per farmi conoscere una persona. Era Sylvain Adams. Sono andato ma non sapevo cosa potevo fare. Lui mi racconta di tutti i suoi progetti bellissimi, della sua passione per il ciclismo. A un certo punto gli ho detto che era tutto meraviglioso ma non capivo come io potessi inserirmi in un progetto così ambizioso. Mi ha risposto che voleva uno sponsor italiano in squadra perché noi in Italia abbiamo una radice storica importante. Gli ho ribadito che noi come azienda non eravamo in grado di sostenere un progetto ambizioso come il suo. A quel punto mi ha chiesto di potere usare il marchio, gli avrei dato quello che potevo”.
