di Gian Franco Bottini
Che fumare faccia malissimo alla salute e che giocare d’azzardo rovini le famiglie, pensiamo sia chiaro a tutti. Malgrado ciò resistono migliaia di fumatori e di giocatori e lo Stato, cercando di mettersi la coscienza a posto, finge di terrorizzarli sui rischi che corrono con nefasti messaggi su ogni pacchetto di sigaretta e con spot televisivi ai quali nessuno fa più caso. Nel frattempo però, appena si presenta l’occasione, si aumentano le accise sul tabacco, si sfornano serie sempre più appetibili di “gratta e vinci”, si rimpolpano le casse . Ipocrisia della politica, che, nel caso specifico, non è comunque una esclusiva nazionale!
Di analoga ipocrisia si fa accusa in questi giorni da parte di alcuni che contrappongono la condanna della guerra e le invocazioni di pace alla fornitura di armi all’ Ucraina e all’attività della nostra industria bellica. Sono, a nostro parere, tipi di questioni assolutamente incomparabili, non fosse altro perché quest’ultima nasce dalla reale paura di trovarci la guerra in casa, una paura che va ben al di là di quella per una sigaretta ammorbante o per una “macchinetta” ladrona, ma soprattutto perché la situazione è di tale complessità che non accetta semplicistiche soluzioni; una complessità che chiama in causa la geopolitica, l’economia, l’etica, la religione e di più. Può sembrare strano parlare di religione di fronte a questa guerra, ma già il biblico “occhio per occhio” contrapposto all’evangelico “porgere l’altra guancia” può creare qualche perplessità, in chi cerca la verità nelle proprie convinzioni religiose.

Ancor più si confondono le idee se la mettiamo sul piano etico, perché riaprire la discussione su “guerra giusta e guerra ingiusta” significa riaprire una mai risolta diatriba secolare. E nemmeno convince appieno, sul piano pratico, la sacrosanta affermazione di papa Francesco che “l’unica cosa giusta è la pace”, verità assoluta sul piano morale ma purtroppo assai lontana dal concreto evolversi degli eventi. In questi giorni poi la questione si è ulteriormente arricchita di un nuovo elemento, tirando in ballo la nostra industria bellica e il fatto che, non producendo biscotti ma armi, inevitabilmente alimenta le varie guerre del mondo. Pur essendo lontanissima dai grandi produttori mondiali (USA, GBR, Cina,Turchia, etc) la nostra è una attività, si afferma, che a scanso di ipocrisie dovrebbe essere interrotta, o addirittura eliminata, se veramente e sinceramente volessimo essere fautori di pace nel mondo.
Se volessimo acquisire delle facili simpatie diremmo che il discorso non fa una piega, ma volendo a nostra volta non sentirci degli ipocriti , dobbiamo senz’altro dire che su tale affermazione andrebbero fatte delle riflessioni ben più serie e più realistiche di qualche cartello di protesta esibito in una manifestazione di piazza. Qualche fastidiosa ma inevitabile riflessione? La produzioni di armi partecipa a formare il PIL della nostra nazione come di molte altre. E sul PIL giocano occupazione, lavoro, interessi (puliti o un po’ meno!), denari e altre cose delle quali, anche senza volerlo, tutti ne traiamo benefici. Ridurre la nostra produzione non significherebbe ridurre la circolazione di armi e di guerre; altri aumenterebbero felicemente la loro produzione senza aver dato alcun contributo per la pace. Un esempio per capirci. Se fossimo titolari di un panificio e decidessimo di chiudere bottega, i nostri clienti correrebbero a rifornirsi di pane da un nostro concorrente perché il bisogno primario, nello specifico la fame, resterebbe certamente intatto e pressante.
Allora il vero quesito da porci è quale assumere fra due ipotesi: le guerre esistono perché esistono le armi o viceversa? La nostra ingenua risposta è inevitabilmente per la seconda ipotesi: le armi esistono perché esistono le guerre; una risposta che rivaluta l’affermazione che “l’unica cosa giusta è la pace” e quindi l’impegno deve essere in primis per il mantenimento della stessa, per evitare le guerre onde rendere inutili le armi. Inevitabilmente però sorge il dubbio che qualche paese, per esempio i grandi produttori di armi, la possano pensare diversamente, privilegiando il loro PIL rispetto alla pace nel mondo che, in questo caso, non sarebbe evidentemente tra i loro obiettivi primari.
In proposito e a malincuore , dobbiamo confessare che noi, modesti e fors’anche sprovveduti osservatori mediatici delle questioni ucraine, veniamo spesso assaliti da qualche sospetto. La sospensione delle ostilità e la spasmodica ricerca di una pace non ci paiono, in molte occasioni, le opzioni prioritarie di tutti gli attori presenti sul triste palcoscenico ucraino. Un dubbio insensato? Lo speriamo, ma senza scordare che “Il dubbio è l’inizio della conoscenza”( Cartesio).
