LEGNANO – Guai a piegare il Pnrr agli interessi della campagna elettorale, perché vorrebbe dire pregiudicare la possibilità di usufruire di ulteriore sostegno dall’Europa a fronte dell’impennata dei costi dell’energia. È il pensiero espresso dal ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Maria Stella Gelmini, fra i relatori oggi, domenica 11 settembre, a Legnano dell’incontro organizzato da Azione a Palazzo Leone da Perego su “Pnrr e crescita del territorio” (nelle foto).
Con Gelmini, candidata al Senato nel collegio Lombardia 02, sono intervenuti Giulia Pastorella, consigliere comunale di Milano, vicepresidente di Azione e candidata per la Camera nel collegio uninominale 09 e plurinominale 01; e Andrea Sfondrini, consigliere comunale di Abbiategrasso e candidato per la Camera nel collegio uninominale 05. Prima dell’incontro, il ministro si è concessa ai giornalisti per alcune domande.
Territorio vicino alle nostre posizioni
Ministro, a quale ruolo ambisce Azione nell’Altomilanese?
«Questa è una provincia particolarmente vitale e dinamica. Un territorio che ben si confà alle ambizioni di Azione, ma anche alla sua capacità di essere un partito che sposa il cambiamento e le riforme, che non propone bonus, slogan o misure miracolose poi irrealizzabili, ma un percorso serio sull’Agenda Draghi e sulle riforme legate al Pnrr. Credo quindi che ci sia davvero la possibilità di un buon risultato, perché è un territorio vicino al riformismo, alla ricetta liberale e alle posizioni di Azione e di Carlo Calenda».

A proposito del Pnrr, avete pensato ai Comuni in difficoltà nel partecipare ai bandi perché sprovvisti di uffici predisposti a questo scopo?
«Abbiamo provato a stanziare risorse e col ministro Brunetta a mettere a disposizione personale e misure di flessibilità per la sua assunzione. Ci rendiamo conto che soprattutto i piccoli comuni non erano e non sono attrezzati per realizzare progetti connessi al Pnrr. Però difendo l’attualità del piano, la necessità di portarlo a termine e di cogliere come uno stimolo verso la crescita e la competitività il fatto che il Piano sia condizionato all’approvazione delle riforme».
Secondo lei, non ne servirebbe già un altro?
«Sicuramente, un piano sull’energia. Ma per essere credibili quando a ottobre si discuterà di un piano europeo sull’energia, bisognerà aver rispettato le scadenze e confermato le progettualità del Pnrr. Diffido da quelle forze politiche che invece cominciano a piegare la logica del Piano alla spesa corrente e agli interessi della campagna elettorale. Il Pnrr resta un piano di investimenti e di riforme che deve guardare, per la sua vocazione, al medio periodo e se l’Italia continuerà a rispettare le scadenze e ad approvare le riforme, sarà più semplice poi a ottobre, visto il buon risultato del Pnrr e il successo legato al rispetto delle scadenze, essere credibili quando si chiede ad esempio un piano europeo sull’energia».

Quali sono le vostre proposte per i giovani?
«Abbiamo una serie di misure a tutto tondo: per rivedere il mercato del lavoro dei più giovani, dagli stage agli incentivi per l’imprenditoria giovanile; tante misure per l’università, dall’internazionalizzazione a potenziare i docenti dal momento che in Italia il rapporto docenti/studenti è il peggiore d’Europa; lavoriamo sull’autonomia abitativa, perché vivere in una città come Milano è difficilissimo per gli alti costi.
«L’idea non è di trattenere i giovani, ma che se vanno all’estero ci vadano perché vogliono, non perché devono, E soprattutto che arrivino sempre più studenti e lavoratori giovani e stranieri, cosa che invece ora non succede».
Miope non guardare all’Europa
Quanto guarda l’Europa al nostro territorio?
«L’Europa ci ha dato una grande opportunità e ha dimostrato di avere a cuore le disuguaglianze di questo Paese. Penso al divario Nord/Sud, al fatto che il Pnrr individui come obiettivi trasversali e fra le 6 missioni il Sud: questo dimostra che l’Europa guarda all’Italia come a un territorio che ce la può fare, come un Paese che attraverso queste risorse e queste riforme può stabilizzare la crescita.
«Oggi il nostro sguardo deve essere europeo, non c’è una dimensione solo nazionale alla soluzione dei problemi. La dimensione europea è nei fatti e ciò che mi convince del programma di Azione e della posizione di Carlo Calenda è questo sguardo autenticamente europeista, senza pregiudizi, senza distanze da un’Europa che è casa nostra e con cui si può anche interloquire e non essere d’accordo su tutto, ma non ci si può isolare, stare dalla parte di Orban e pensare che la dimensione della soluzione dei problemi sia solo nazionale, perché è una visione miope».
Autonomia bloccata proprio da chi la nomina sempre
A che punto siamo con l’autonomia del Nord?
«C’è una legge quadro che è stata scritta e sostanzialmente condivisa. Se non fosse caduto il governo, sarebbe approdata in Consiglio dei ministri. Chi oggi si riempie la bocca di autonomia, se avesse lasciato lavorare Draghi fino alla scadenza naturale del mandato, oggi l’autonomia non sarebbe il punto di un programma elettorale, ma una legge in corso di approvazione. Questi sono i fatti, poi ci sono le opinioni.
«Oggi sono 6 le regioni che chiedono l’autonomia: Lombardia e Veneto da sempre ma anche Liguria, Piemonte, Toscana ed Emilia-Romagna. È la prova che non è più la battaglia di una parte, ma che trova la soluzione nella Costituzione. Mi auguro che dalla prossima legislatura si riprenda il lavoro e si possa realizzare questa autonomia, che non è una sfida all’accaparramento delle risorse ma all’efficienza, alla qualità degli investimenti, alla trasparenza e soprattutto all’attenzione a spendere bene, dando anche la possibilità ai cittadini di misurare i risultati, la qualità dell’amministrazione di chi ha responsabilità di governo. Questo è il senso dell’autonomia: un rapporto più vicino fra lo Stato, l’ente locale e il cittadino e un principio di sussidiarietà nella scala delle decisioni, che devono essere prese là dove sono più efficaci, impattano meglio sul territorio e hanno al loro interno una conoscenza dei problemi e della visione dei singoli territori. Ecco perché attuare l’autonomia non è un atto contro la Costituzione, al contrario è una forma di attuazione del dettato costituzionale».
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