Drag queen da Zelig al Caffè Teatro: «Non playback, ma cabaret e trasformismo»

caffè teatro drag queen 02

SAMARATE – «Lo spettacolo della drag queen, così com’è inteso oggi in Italia, è semplicemente un playback: trovo che sia limitato. Invece bisogna avere la forza e il coraggio di mettersi in scena, e saper cantare e recitare un minimo, sennò non ti puoi definire artista». Eraldo Moretto, in arte “La Cesira” – «con quest’anno sono quarantaquattro di lavoro onorato e onesto» – ha così parlato della serata di venerdì 14 aprile in cui, tra cabaret e trasformismo, alle 21 sarà sul palco a Samarate insieme a Miss Vicky Lamont e Jasmine Jhons: «Finalmente, a trent’anni dalla sua nascita, il Caffè Teatro accetta di fare uno spettacolo completamente diverso dai canoni a cui sono abituati».

L’antitesi delle Sorelle Bandiera e l’arrivo a Zelig

Moretto, originario di Novara e residente a Milano, vanta all’attivo la militanza in varie formazioni tra cui le Hostess di Volo, che «nel panorama drag sono state l’assoluta novità: ai tempi eravamo un po’ l’antitesi delle Sorelle Bandiera perché a loro mettevano un playback, mentre noi cercavamo di fare spettacoli più completi con un testo, parlato e recitato. Infatti lo Zelig, alla fine della fiera, ci ha scelto per quello:
portavamo in scena una storia in cui ci mettevamo a nudo facendo vedere che non si trattava solo di immagine, bensì di professionisti che sapevano recitare, cantare e anche ballare. E posso dire tranquillamente che quando siamo arrivati era un posto dove c’erano due luci, il cabarettista con una sedia e la sua chitarra. Abbiamo portato innovazione, perché non si erano mai viste quinte, sipari e fondali. E storie, perché tutti raccontavano la pubblicità, le barzellette. Noi, le Hostess di Volo, e Alessandro Fullin con Clelia Sedda, che poi ha preso un’altra strada, eravamo le uniche due espressioni drag dello spettacolo allo Zelig: abbiamo lavorato lì per circa undici anni in una manifestazione che si chiamava ZeliGay».

«Dietro la maschera c’è anche una persona»

«Adesso ho il mio posto ma è stato difficile avere uno spazio televisivo. Perché non eri mai pronto: non andavi bene in prima serata, non andavi bene in seconda. Ma se avessi voluto fare altro nella vita, non sarei stato qui a fare tutta questa fatica. Sarei andato in tangenziale e avrei fatto prima, se avessi voluto fare solo dei soldi. Invece volevo portare in scena un genere diverso, che era il cabaret en travesti. Si fa in tutto il mondo, non si capisce perché in Italia ci deve essere questo tipo di mentalità, i bambini ci adorano.
Ho lavorato in Sardegna nei vari villaggi in cui hanno lavorato tutti, da Aldo e Giovanni a Enzo Iacchetti e Giobbe, perché ho avuto la fortuna, vista l’età non proprio verdissima, di iniziare con loro. È stata dura farsi accettare, per uno che si vestiva da donna i primi anni sono stati un po’ difficili. Poi però devo dire che, se la gente si accorge che dietro una maschera c’è anche una persona, con le sue fragilità, le sue sensibilità, che le porta in scena senza vergognarsi di nulla, è la cosa più bella che possa fare: ringrazio di avere una personalità diversa dagli altri».

Uno spettacolo per anni giudicato di serie B

In Italia il trasformismo non esiste più: «Lo fa solo Brachetti perché purtroppo manca proprio una scuola in quel senso. E generalmente chi oggi si autodefinisce drag queen sono ragazzi che vogliono vestirsi da donna semplicemente per mostrarsi. Ma il pubblico non viene a vederti perché sei figa: in quel caso sceglierebbe altri lidi, altri posti. Se viene a vedere uno spettacolo drag è perché vuole trovare il cabaret, il divertimento e l’ironia che noi abbiamo diversamente dal cabaret normale, cioè l’ironia di mettere in scena una cosa che magari gli altri vorrebbero aver fatto, ma non ne hanno mai avuto il coraggio».
Un tipo di spettacolo che per tanti anni è stato giudicato di serie B, C o D: «Io invece credo che sia come tutti gli altri. Certo, di genere diverso: cerchiamo di rappresentare il mondo femminile in un’altra visione, non semplicemente quella che raccontano tutti i cabarettisti ma vivendoci dentro perché cerchiamo di tirar fuori la parte femminile che c’è in ognuno di noi, che non è solo una cosa sessuale.
C’è chi ha il coraggio di esprimerla e chi no, però è fondamentale: esiste in ognuno di noi ed è fatta di sensazioni e momenti di cui non bisogna vergognarsi. Avere una sensibilità diversa non vuol dire per forza essere omosessuali».

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