di Massimo Lodi
Al vicepresidente della Camera, convinto dell’opportunità di far prevalere l’italiano, la frase non piace di sicuro. Però ha un valore storico universale, pur se detta in inglese. La frase è: “Right or wrong, is my country”. Attribuzioni varie, che affondano nell’Ottocento. Traduzione sicura: giusto o sbagliato, è il mio Paese.
Ovvero: lo puoi criticare fin che ti pare, ne puoi avversare strategie e personalità rappresentative, puoi dissentire su tutto e tutti. Però dentro i confini. Quando ne esci, materialmente o dialetticamente, non devi mai scordare da dove vieni, chi sei, che cosa significano il tuo territorio, la tua gente, le tue radici. Eccetera. Tanto più se hai incarichi politici, istituzionali o d’altro e importante profilo.

Sicché stona, mediocremente stona, che il vicepresidente del Consiglio e ministro Salvini -assieme a una folta schiera di destrocentri e a qualche sinistrocentro- ironizzi con grevità sulla nomina di Luigi Di Maio a inviato speciale dell’Ue nel Golfo Persico. Di Maio nel 2019 fu vicepremier proprio con Salvini nell’esecutivo gialloverde, e Salvini, pentitosi d’averla affondata, giunse al punto di far intendere a Di Maio la disponibilità a riavviare l’esperienza di potere insediando a Chigi proprio l’allora capo grillino.
Perciò il primo a tacere avrebbe dovuto essere lui. Poi i sodali dell’odierna maggioranza di governo che sostennero Draghi, cui solo FdI negò la fiducia, però non sulla politica estera, concedendogli l’appoggio incondizionato a pro d’Ucraina e Nato. Ma anche chi in passato bollò con severità la fila di sbagli commessi da Di Maio (il peggiore, la sceneggiata parigina accanto ai gilet gialli) farebbe meglio ad accogliere con rispetto, se non con orgoglio, la scelta europea caduta sull’ex ministro degli Esteri. Ruolo in cui Di Maio, pilotato da Marione, ha lavorato bene, recuperando molto nella valutazione complessiva su sè medesimo.
Detto questo, non c’è problema ad ammettere che la questione riveste un’importanza di margine, nel mezzo di temi ben più rilevanti sullo scenario internazionale. Serve solo a testimoniare che l’Italia non ha abolito la povertà, come annunciò sciaguratamente (1) Di Maio da un noto balcone della Repubblica. Ma neppure ha abolito il sopravvivere d’un nazionalismo da ringhiera, nonostante s’insista sciaguratamente (2) a propagandare il contrario. Restiamo un Paese di populisti privi di senso del popolo. I patrioti dei Due Maio.
