Mentre l’attenzione è sulle Olimpiadi parigine e la gente, sfiancata dal caldo, pensa giustamente alle vacanze, teniamo lo sguardo sul nostro territorio. Per meglio dire, sul futuro dell’intera area, le cui città principali discutono o hanno appena finito di discutere la pianificazione urbanistica. Come Legnano che ha da poco licenziato il Piano di governo del territorio, seppure tra mille perplessità. O come Varese che è entrata nel merito della specifica programmazione (venerdì sera, 26 luglio, alla Festa dell’Unità della Schiranna, sindaco e assessori, hanno relazionato sul progetto di città sostenibile). O Busto Arsizio che, in settimana, ha lanciato le linee guida per aprire poi il confronto. Un po’ meno Gallarate che è in ritardo e non sembra abbia intenzione di mettere con efficacia la testa sulle faccende urbanistiche (del resto, anche se non è una giustificazione, la si può capire: per queste questioni si lecca ancora le ferite dell’inchiesta Mensa dei poveri).
Insomma, attorno alla partita territoriale c’è fermento proprio a ridosso del mese meno propizio per parlarne, agosto. Che sia un caso, potrebbe essere. Di sicuro il tema è di quelli decisivi rispetto a una visione complessiva dell’area in cui viviamo. Pensiamo soltanto alla realizzazione del nuovo ospedale tra Gallarate e Busto Arsizio, struttura di enorme impatto però fondamentale per la stessa qualità della vita. Pensiamo a Malpensa e a quanto comporta in termini di effetti indotti, in primis le conseguenze ambientali e, di nuovo, per il benessere collettivo da riferire anche alla funzionalità delle infrastrutture.
Non proprio questioni di secondo piano che pongono subito in rilievo l’influenza di Milano sulle nostre città. Una metropoli, anzi, una città metropolitana dalla quale ci si vorrebbe affrancare, ma con grande difficoltà. Legnano ne è coinvolta per ragioni oggettive, di confini metropolitani. Busto Arsizio si batte invece e con tante ragioni per garantirsi autonomia, benché la velocità dei collegamenti e lo stesso tessuto urbano, senza più soluzione di continuità, rischiano di trasformarla in suo satellite, di prestigio, di importanza storica ed economico/produttiva, ma pur sempre un satellite. Lo stesso rischio che corre Gallarate se non si darà una mossa per definire un progetto che, appunto, ne confermi le sue specificità. Discorso diverso per Varese che, nella provincia policentrica, rappresenta davvero il capoluogo, una città in via di trasformazione che, pur tra tanti intoppi, fa risaltare il ruolo istituzionale, al di là delle chiacchiere e dai mai sopiti risentimenti di Busto Arsizio.
Per dirla con una certa retorica, la provincia di Varese e le sue maggiori città sono arrivate a un punto di svolta. Le singole amministrazioni, impossibilitate per mille motivi, a cominciare dalle sciatterie e dagli egoismi della politica, a fare rete per una programmazione urbanistica che superi finalmente i campanili, hanno il compito di evitare fallimenti progettuali che presenterebbero il conto tra qualche anno.
Obiettivi di grande sostanza, da far tremare i polsi ai sindaci, concentrati obtorto collo sul qui e ora, sulla quotidianità delle buche nelle strade, non sempre su una visione che contempli soprattutto i versanti della cultura e dei rapporti sociali. Che spesso fanno la differenza e cambiano in meglio una città. A patto che non si finisca per privilegiare l’insediamento dei centri commerciali, che alimentano le casse pubbliche con gli oneri di urbanizzazione ma snaturano il contesto socio/economico. E favoriscono la metamorfosi di un territorio a vocazione produttiva, ricco di inventiva e di talenti, in un’area di supermercati, i famosi “nonluoghi” dell’antropologo Marc Augé che stanno proliferando in maniera esponenziale un po’ dappertutto (Legnano ne ha messi “in cantiere” una decina!). E cominciano a preoccupare, persino a stufare.
