Mafia nell’Alto Varesotto: via al processo. Zio Pino, il capanno, i pestaggi e la droga

Nella foto il presidente del collegio Cesare Tacconi durante il processo "Nerone"

VARESE – Mafia nell’Alto Varesotto, aperto oggi, martedì 3 dicembre, davanti al collegio del tribunale di Varese presieduto dal giudice Cesare Tacconi (Luciano Lucarelli e Chiara Pannone a latere) il processo “Nerone” che vede 17 imputati al banco accusati, a vario titolo, di estorsioni, pestaggi, incendi dolosi e spaccio di droga, con l’aggravante contestata ad alcuni coinvolti del metodo mafioso.

Mafia nell’Alto Varesotto

Oggi, chiamati dal pubblico ministero della Dda di Milano Giovanni Tarzia che sostiene l’accusa, sono stati ascoltati gli “operanti”, ovvero i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Varese che nel 2017 portarono avanti l’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. L’ipotesi accusatoria vede due gruppi criminali agire, di concerto, sui territori al confine con la Svizzera in generale e tra Marchirolo e Lavena Ponte Tresa nello specifico.

Gli incendi dolosi

I militari sentiti oggi hanno spiegato come l’inchiesta ha preso l’avvio. «Ci furono – ha detto uno dei militari sentiti – una serie di incendi dolosi, cinque o sei quelli che analizzammo, ai danni di esercenti locali che sembravano essere collegati tra loro». Il comune denominatore tra i roghi, secondo i carabinieri, era uno: «Ci accorgemmo che tutte le persone danneggiate avevano avuto dei problemi con Torcasio». Giuseppe Torcasio, difeso dall’avvocato Corrado Viazzo, è considerato il principale imputato del processo con un ruolo apicale nel presunto sodalizio criminale. Torcasio (mai condannato per mafia), detto Zio Pino, ha un legame di parentela con Vincenzo Torcasio, detto “u Niuru” già condannato nel 2017 per associazione a delinquere di stampo mafioso e “contiguo” alla cosca Giampà.

Zio Pino e il capanno

Stando a quanto ricostruito oggi in aula Torcasio, che trascorreva le sue giornate in un capanno agricolo su un terreno di sua proprietà che avrebbe ospitato anche dei summit con gli altri coinvolti, e altri tre sodali erano a capo dell’associazione. «Questi a loro volta avevano dei collaboratori – ha spiegato uno dei testi – con i quali si interfacciavano quasi quotidianamente. I capi, se vogliamo definirli così, si incontravano o si sentivano più di rado. Diciamo che il confronto tra loro avveniva quando c’erano questioni urgenti da risolvere». Secondo Viazzo, che ha sempre contestato l’aggravante del metodo mafioso, in realtà non ci furono mai contatti tra gli imputati e le cosche al Sud. «Che la cosca dei Ferrazzo di Mesoraca storicamente avesse un forte legame con Lavena Ponte Tresa è fatto noto da anni – ha replicato uno dei militari sentiti in aula – Non controllavano Lavena, ma i legami erano noti da anni».

Il metodo mafioso

Secondo l’accusa gli imputati, a vario titolo, si occupavano di spaccio di cocaina ben radicato nei locali che si affacciano sul lago Maggiore con facoltosi italiani quali clienti principali. Le estorsioni erano invece una sorta di finanziaria locale che prestava denaro a chi era in gravi difficoltà salvo poi chiederne la restituzione con interessi da strozzini. E il recupero crediti avveniva invece, tra botte e minacce, con quel metodo mafioso che l’accusa contesta. Ovvero «Avvalendosi della forza intimidatrice derivante dalla suggestione di un vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento ed omertà che ne derivano, in ragione della peculiarità delle richieste che esprimono tecniche collaudate tipiche del controllo del territorio», come si legge dagli atti d’indagine. Una capacità intimidatorio che, secondo quanto testimoniato dagli inquirenti, si era rivelata molto efficace: «Quando convocammo chi era entrato nella sfera di interesse degli indagati mi sorprese il timore nel rispondere alle nostre domande. Non erano loro ad aver denunciato, li convocammo noi all’esito delle indagini, ma erano timorosi, spaventati dal dover confermare informazioni da noi già apprese attraverso intercettazioni e osservazioni».

Mafia nel nord della provincia: in 17 rinviati a giudizio. Processo a Varese a luglio

varese mafia processo – MALPENSA24
Visited 921 times, 1 visit(s) today