Giovanardi e Donà in concerto sul palco del Baff per il film sui Carnival of Fools

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Mauro Ermanno Giovanardi e Maurizio Pratelli

BUSTO ARSIZIO – «Pochi giorni fa ero a Milano, ai Magazzini Generali. Ma se ti piace cantare questa è la vera dimensione, quella più bella: un teatro da duecento persone». Così Mauro Ermanno Giovanardi si è rivolto ieri, martedì primo aprile, al pubblico del San Giovanni Bosco: il cantante dei La Crus si è esibito dal vivo a Busto insieme a Cristina Donà e a Marco Carusino in occasione della proiezione del documentario firmato con Filippo D’Angelo e Dimitri Statiris che al Baff ha raccontato la storia dei Carnival of Fools.

Una narrazione collettiva

Il concerto acustico che si è aperto con “Dancing barefoot” e “Love will tear us apart”, cover dei numi tutelari Patti Smith e Joy Division, ha visto alternarsi brani delle band di “Joe” e di Donà; la rottura di una corda della chitarra non ha compromesso la resa del live, che si è concluso tra gli applausi con la canzone dei La Crus “Io confesso” richiesta a più voci dalla platea. L’evento, che si è svolto alla presenza dell’assessore alla cultura Manuela Maffioli, dopo l’introduzione del direttore artistico della kermesse Giulio Sangiorgio, e la proiezione di “Jesus loves the Fools” ha visto salire sul palco anche D’Angelo e Statiris per parlare dell’opera. «Non è un documentario unicamente egoriferito ai Carnival of Fools – ha sottolineato Giovanardi dialogando con il giornalista Maurizio Pratelli – in realtà è una narrazione collettiva che racconta anche di Milano, degli anni Ottanta, dell’etichetta Vox Pop e di come si faceva la musica allora, un diario generazionale che va dal 1988 al 1994».

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Giovanardi e Cristina Donà

«Per noi era veramente un “a tutti i costi”»

«Sono già stato a diverse serate, come questa, per presentare il documentario e penso che abbia fatto uscire tanto cuore, perché all’epoca si faceva musica per quello», ha osservato Joe. «Mi sembra molto sincero e che siamo riusciti a bypassare la retorica nostalgica, da amarcord». Un risultato possibile grazie anche al contributo tecnico di Statiris che con i suoi collaboratori è intervenuto su quello che era «un diamante grezzo». «Anche chi ci ha lavorato professionalmente l’ha percepito, in un mondo in cui si corre così veloce che si perdono pezzi della nostra storia», è stata la considerazione emersa parlando con Pratelli. «Non c’erano locali ma c’era una voglia di musica, e di farla, incredibile. Per noi era veramente un “a tutti i costi” perché dovevamo assolutamente farlo, dovevi dare il cento per cento. Era un’urgenza, un “all in”: ci sentivamo degli eroi perché facevamo sacrifici pazzeschi per pubblicare quelle cose, per cui eravamo visti un po’ come alieni. Ma era quello che volevamo fare: “Faccio questo tipo di musica e mi vesto in questo modo perché voglio distinguermi dai paninari”».

Sete di verità e desiderio feroce

«Così come è successo per i Carnival of Fools, tre band diverse per tre dischi diversi, il documentario su di loro – così ha scherzato D’Angelo – non poteva che avere tre registi diversi. Si sapeva molto, per esempio, degli Afterhours ma mancavano le radici di tutto ciò che era successo. Tant’è che si è parlato del “segreto meglio custodito” dell’underground milanese». Ai tempi della Pantera Donà organizzò un concerto all’Accademia di Brera occupata – poi diventato per lei un incontro cruciale – in cui suonarono Carnival of Fools, Ritmo Tribale e Afterhours: «Per noi la musica era una grande sete di verità – ha ricordato – l’aula in cui si tenne il concerto non era certo adeguata, ma era l’unica con il palco. Per me fu una rivoluzione, perché all’interno dell’istituto avevo portato la vita vista fino a quell’anno. Tutto questo è ben descritto dal titolo di un libro su Keith Jarrett che tengo sul comodino, “Il mio desiderio feroce”».

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Marco Carusino, Giovanardi, Dimitri Statiris e Filippo D’Angelo

La scintilla data da Fillippo D’Angelo

«Oltre al mio proposito di lavorare a un’opera omnia, una raccolta su disco di quanto era stato fatto dalla band, la scintilla per il documentario fu data da Filippo, che è stato molto importante per l’energia che ci ha messo. Avrebbe realizzato il tutto in poche settimane, ma per me il passaggio dal cantare in inglese a quello in italiano fu stato molto difficile. Avevo bisogno di rifare tutto il percorso perché avevo messo da parte, “in un cassetto”, e dimenticato quanto era stato realizzato prima dei La Crus. Così mi sono reso conto dell’importanza di quel cammino. Lavorare a “Jesus loves the Fools” mi ha dato più consapevolezza delle cose fatte, che erano da serie A. L’esigenza di cantare in italiano nacque dall’ascolto di decine di cassette demo che ogni settimana giungevano nelle mani della Vox Pop: nel 1990-1991, dopo le canzoni in inglese, poi in dialetto – più facile perché è pieno di parole tronche – iniziarono ad arrivarne diverse in italiano. La sensazione era che, se si fosse cantato in inglese, sarebbe rimasto un hobby».

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