VARESE – «Band brave che, dopo aver ottenuto un contratto major non hanno prodotto i risultati sperati, o band che avevano tutte le carte in regola per avere successo e poi non sono andate da nessuna parte. Si riaprono le porte degli anni Novanta dopo che sono rimasti congelati per tanto tempo: ora che se ne riparla, l’obiettivo che mi sono proposto con il libro “All’ombra dei Nirvana” è rivelarne il lato oscuro». Fabio Avaro, giornalista di Varese autore di “Trip – Una visione del suono”, sabato 24 maggio, sarà alle 18 alla Ubik di piazza del Podestà per dialogare con Francesco Brezzi, fondatore della Ghost Records, dei “101 dischi da (ri)scoprire” di «un’epoca in cui nel mondo delle sette note sono avvenute tante cose importanti. Soprattutto l’abbattimento del muro tra le major, le principali case discografiche, e quelle indipendenti, con la successiva ricerca della “next big thing” che ho contestualizzato e analizzato. Oltre ai Nirvana, che sono stati il caso più emblematico, sono nati tanti generi musicali e gruppi, con album strepitosi».
Una seconda possibilità
“Negli anni Ottanta – così la sinossi dell’opera – le multinazionali dell’industria discografica continuavano a battere la loro consueta strada seguendo l’unico dogma della logica del profitto mentre il fervido mercato indipendente, parzialmente slegato dalle rigide regole del mercato ufficiale, proseguiva il proprio cammino sondando fenomeni sotto traccia e cercando novità e conferme. Il cambio di paradigma iniziò a concretizzarsi con l’impensabile firma di un contratto major da parte di band quali Hüsker Dü (1986) e R.E.M. (1988), ancora saldamente legate al mondo underground”.
Gli anni Novanta si aprirono con l’inattesa esplosione del fenomeno Nirvana, il loro secondo album “Nevermind” stravolse completamente lo scenario musicale degli Stati Uniti: “Il mainstream si aprì, intuendone l’enorme potenziale economico, alla musica alternativa cercando spasmodicamente e con ogni mezzo possibile i nuovi Nirvana, la nuova gallina dalle uova d’oro”. Sebbene le opere – accuratamente selezionate – indicate nel libro rappresentino perlopiù “evidenti flop commerciali di band perdenti e perdute, meritano una seconda possibilità in virtù della loro bellezza musicale e del loro intrinseco fascino, abbacinante come le scie luminose che certe notti solcano, per un attimo, la volta celeste”.
I titoli indispensabili
Tra i gruppi che più hanno colpito Avaro ci sono «i Mind Funk, band dal retaggio hardcore perché il cantante arrivava dagli Uniform Choice. Nel 1991, prima di tutto e in particolare del crossover, pubblicarono un album magnifico: è proprio la qualità dei brani a emergere, belli e seminali. Poi ci sono gli Sweet Lizard Hilltet, saltati fuori dal nulla e poi tornati nel nulla: con il loro disco uscito per Universal dimostrarono una padronanza tecnica e una capacità di visione fuori dal comune, con una musica veramente a trecentosessanta gradi tra hip hop, dub e funk. Infine c’è “No return in the end” degli Smashing Orange, del 1994: prodotto da Jack Endino, offre sonorità moderne e dilatate con una grande idea di space rock tra il garage dei Thee Hypnotics e gli Spacemen Three».
I gruppi di oggi che resteranno «sono i Radiohead e i Tool. Vanno oltre le scene: sono molto caratteristici e superano i generi musicali con un sound unico e particolare. Tra le ultime uscite ho ascoltato chi svetta per novità sono gli inglesi Freakwizard: si potrebbero collocare tra Stooges e Hawkwind, ma con tratti heavy space». Quanto al lato oscuro degli anni Novanta, il bilancio è che «di questi album ne considero indispensabili ottantacinque, tantissimi su centouno. Il mio consiglio è però di non fidarsi di quello che scrivo, ma andare ad ascoltare direttamente i dischi perché sono pazzeschi».
A Travedona viaggio negli anni dei Nirvana, live di Luca Marino e The Swell
