VISTO&RIVISTO Un film lungo quasi dieci ore che non lascia scampo

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di Andrea Minchella

VISTO

BLACK RABBIT, di Zach Baylin, Kate Susman (Stati Uniti 2025, 8 x 44/68 min., Netflix).

Da guardare tutto d’un fiato. “Black Rabbit” più che una serie pare un film lungo quasi dieci ore. La metrica, il ritmo, lo stile, l’architettura tutta si fondono su di una linea temporale narrativa che non lascia un attimo di vuoto nella narrazione. Appena finisci di vedere il primo episodio, in cui parte della vicenda viene svelata, non puoi immaginare di lasciare lì e riprendere in un altro momento. E così succede per ogni episodio. Non tanto per il gancio teatrale, che spesso si utilizza nelle produzioni seriali, che viene introdotto apposta nel finale di un episodio per aumentare la curiosità nello spettatore. In questa ottima produzione di Netflix avviene il contrario. Già dai primi minuti di una puntata vuoi vedere cosa succede e, dunque, appena finisce un capitolo passi al successivo senza troppi indugi. Con il rischio di passare quasi dieci ore ininterrotte a guardare la televisione. Ma “Black Rabbit” ti accompagna fino all’ultima inquadratura senza annoiarti né stancarti. L’equilibrio drammaturgico tra la “suspense” (che abbonda), i colpi di scena e i momenti rallentati per farti riprendere fiato è perfettamente dosato grazie ad una sceneggiatura dettagliata e densa, e grazie ad una regia omogenea e di alto livello, anche se i registi dei vari episodi cambiano pur mantenendo intatto lo stile “noir” adrenalinico che i due creatori della serie hanno immaginato come filo conduttore dell’intera produzione.

“Black Rabbit” prima di tutto si adagia completamente sulla bravura estrema dei due protagonisti. Jude Law e Jason Bateman si dividono perfettamente e plasticamente tutte le sfaccettature dell’intricata vicenda al centro della serie. Due fratelli che, dopo anni di lontananza, si ritrovano di nuovo insieme per vivere un riavvicinamento sofferto e complicato. Mentre Jake, Jude Law, sembra aver intrapreso un percorso di successo e soddisfazioni, Vince, Jason Bateman, torna a New York senza un soldo e con un sacco di problemi alle spalle che stanno per ricadergli addosso. Il ritorno di Vince nel locale di successo che Jake dirige, il Black Rabbit, scatenerà una tumultuosa e angosciante concatenazione di eventi che metterà a soqquadro la vita dell’apparentemente tranquillo Jake e di tutti i personaggi che ruotano attorno al Black Rabbit che fu creato anni prima dai due fratelli quando ancora le cose tra di loro non erano precipitate tanto da far scappare per diversi anni il problematico Vince.

La narrazione, tra presente e “flash back”, ci fa conoscere i retroscena della vita dei due protagonisti, fin da quando erano due bambini che vivevano in una famiglia modesta di New York. Quello che Jake e Vince sono oggi è il risultato limpido e crudo delle loro esistenze, dei loro errori e, soprattutto, dei loro segreti. Il passato diventa chiave di lettura per un presente adrenalinico e complicato in cui i due protagonisti si ritrovano molto spesso a dover prendere decisioni importanti nel giro di pochi istanti. Inutile dire che molte di queste scelte si rivelano sbagliate, così da alimentare all’esasperazione reazioni smisurate nei loro confronti.

Black Rabbit” tiene lo spettatore incollato allo schermo per un tempo infinito perché l’azione e la grammatica si fondono perfettamente restituendoci un lavoro di altissimo livello, dove nulla è scontato e dove i personaggi si muovono disincantati in un vortice di errori e di rimpianti che modificano continuamente la linea narrativa.

Law e Bateman recitano con estrema e corporale bravura. I personaggi accanto ai due protagonisti vengono contestualizzati e descritti con una precisione quasi ossessiva che non lascia nulla al caso. La trama principale si dipana tra le mille sfumature delle esistenze di tutti i partecipanti delle vicende incastrate tra loro quasi come in una sorta di matrioska scenica che sposta continuamente l’ambientazione alimentando la tensione narrativa fino all’estremo. Da guardare tutta in una notte.

***

RIVISTO

BOILING POINT, di Philip Barantini (Boiling Point, Regno Unito 2021, 92 min.).

Un piano sequenza unico e ininterrotto che ci spinge dentro i meandri più sporchi e nascosti di una cucina folle e sguaiata che diventa epica asfissiante, quasi disgustosa, dell’essere umano, delle sue fragilità e delle sue debolezze. Uno Stephen Grahm straordinario che guida in maniera impeccabile un cast centrato in un’opera corale, assoluta e densa di sofferenze. Epico.

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