Elogio della follia

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Donald Trump

di Massimo Lodi

Elogio della follia, ecco. Basta. Un richiamo (improprio e tuttavia si leva naturaliter) a Erasmo da Rotterdam; il complimento a Donald Magheggio Trump; la speranza d’un primo passo verso la pace fra palestinesi e israeliani cui segua il poi. Il lunghissimo poi che manca. Questo, solo questo, dev’esser detto in presenza dello stop al massacro di Gaza, della restituzione degli ostaggi reclamati da Tel Aviv, della liberazione dei prigionieri dell’altra fazione.

Elogio della follia. Declinato come successo dell’imprevedibilità. O avveduta spericolatezza (ne ha scritto più volte Ivanoe Pellerin su Malpensa24.it). È il marchio del tycoon. Uno che sorprende tutti, al punto da sorprendere perfino sé stesso. Uno che un giorno dice una cosa, un giorno un’altra. Uno che sta inquietando/sovvertendo mezzo mondo con alzate d’ingegno in campo economico. Uno di cui non ti puoi fidare chiavi in mano, ma al quale ti devi affidare perché ha in mano le tue chiavi. Ovvero: è l’uomo-global più potente e bisogna farci i conti.

Se i suoi conti collimano con i nostri, viva. L’inizio del dialogo, della distensione, del parlarsi fra eterni e giurati nemici del Medio Oriente conviene a lui, conviene ai tragici attori lì sul posto, conviene a chiunque.

Elogio della follia. Onestà intellettuale impone di considerare virtù il vizio, quando il vizio indossa i panni della virtù. E inoltre: riconoscere i fatti è principio di realtà, e insieme pilastro etico. Le opinioni si rincantucciano da parte, pur restando tali e in attesa caso mai di correggersi in meglio: benissimo se fosse così, il pianeta girerebbe meglio. Perciò stona, dopo l’annuncio americano che la fine della guerra s’avvicina, il florilegio di distinguo italiani: chi s’accaparra meriti inesistenti sulla trattativa (destra), chi ricorda manifestazioni-pop decisive per la svolta (sinistra), chi dubita dell’effettivo materializzarsi di questo storico annuncio (gli scettici su tutto, che son magari la moltitudine astensionista: non le va di decidere, però aborre ogni decisione).

Nella notte dei talk show dedicati all’evento non è prevalente ciò che dovrebbe: la presa d’atto cheuna personalità spesso giudicata irresponsabile, stavolta incarna il meglio della responsabilità. Punto. Cosa c’è di male ad accogliere un simile risultato?

Elogio della follia. La storia è un divenire in cui di frequente il razionalismo ha prevalso sulle matterie, eppure senza una spolverata del suo contrario s’è tavolta/paradossalmente smarrito in boschi velleitari. Perciò non si tratta, ex abrupto, d’incensare chi ha dimostrato un’infinità di difetti; si tratta d’attestargli una svolta epocale, nell’attesa che vi s’accodi il complicatissimo corteo degl’incastri previsti dai venti o ventuno punti -non s’è ancora capito quanti- del Gran Patto. C’importa, come diceva Deng Xiaoping, che il gatto prenda il topo, chiunque sia il gatto. Realismo, realismo, realismo. Specie se di mezzo ci son tregua, armistizio, pace. Comunica il cardinale Zuppi da Fatima: lavoriamo tutt’insieme alla costruzione dell’argine allo spirito di Caino, come lo chiamava Papa Francesco. Sentiamoci omologati, una volta tanto, pur essendo l’omologazione un’idea poco affine all’elogio della follia.

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