Referendum, l’opportuno scandalo a sinistra

referendum sinistra meloni
Maurizio Landini ed Elly Schlein

di Massimo Lodi

Alla sinistra converrebbe disimpegnarsi sul referendum-giustizia. Disimpegnarsi ovvero (zero sacrilegio): non ingaggiare una feroce lotta con la destra. La destra per il sì alla separazione delle carriere, la sinistra per il no. Tanti i motivi, una la linea ispiratrice: realismo. Se infatti, come da sondaggi e umori circolanti, vincesse la destra, Meloni nel ’27 avrebbe strada spianata verso Chigi 2.0. Per non dire d’una possibile candidatura alla presidenza della Repubblica, in epoca successiva e grazie a un Parlamento coi numeri funzionali al Quirinale-shock. Conseguenza: gli avversari sparirebbero definitivamente dai radar.

Se invece la sinistra vincesse il diniego a fare della consultazione popolare una questione circoscritta-di merito-tecnica e a discuterne non trasformando la chiamata alle urne nel verdetto sul melonismo tacciato di voglie dispotiche, avrebbe modo di sopravvivere a qualunque esito. Intanto dedicandosi, anziché a demolire i competitori, a ricostruire sé stessa. E senza temere, nel caso di sì prevalente sul no, chissà quali derive autoritarie. Non pare questo il rischio, anche secondo personalità del progressismo, per esempio l’ex presidente della Corte Costituzionale e parlamentare Pd, Augusto Barbera.

Perché parlare di ricostruzione? Perché la sinistra s’avvia a un probabile e deludente pareggio nelle regionali. Perse Marche/Calabria e conquistata la Toscana, dovrebbe aggiudicarsi Puglia/Campania, lasciando il Veneto ai rivali. Risultato finale: pareggio 3-3 con la destra. Dunque, rispetto alle aspettative di sorpasso della vigilia settembrina: né rimonta, né spinta propulsiva, né ribaltone. Volendo dare a quest’insieme di elezioni il significato d’una verifica di mid-term, la sinistra dovrebbe/dovrà concludere che la destra non ha subìto un graffio. E difatti il consenso della premier -errori sì errori no, tirare a campare sì tirare a campare no- è rimasto finora intatto e tal quale rimarrà fra dieci giorni (si vota il 23-24 novembre).

Rimane invece da stabilire quale sinistra, e con quale leader, ha intenzione di presentarsi alle future politiche. La sinistra a prevalenza Schlein, a prevalenza Pd anti-Schlein, a prevalenza trapezismo di Conte? E fin dove disponibile ad arruolare la galassia centrista, così eterogenea, così umorale, così insistente nel pretendere un federatore estraneo proprio a Schlein e Conte? Eccolo, il mischione che per essere dissolto ha bisogno di tempo, pazienza, scaltrezza. Ciò che sarebbe favorito dal non bollare il referendum sulle toghe a mo’ di sentenza universale sulla presidente del Consiglio.

Peraltro le ultime uscite di Schlein versus Meloni -simbolico lo scatto fotografico a tre con Landini e D’Alema, un ultrà/messaggio- lasciano capire che la segretaria del maggior partito d’opposizione è maldisposta a un lungimirante esercizio di senso pratico. E invece bendisposta a volgere l’occasione costituzionale in un vis-à-vis leaderistico con l’antagonista, giocandosi tutto in una sola, chiassosa (“Alziamo il volume”, ha del resto suggerito Mamdani), dirimente partita. O di qua o di là, sembrerebbe il nero quesito al quale si vorrà che rispondano gl’italiani. Pur se non è il mero quesito cui perfino buona parte dei Dem vorrebbe si rispondesse. Cioè: oportet ut scandalia eveniant? A volte le scelte provocatorie pagano? A volte sì. Stavolta probabilmente sì, andando contro il pensiero dominante di Elly.

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