Valorizzare l’agricoltura locale: Varese città del cavolo e rape di Halloween

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VARESE – Un progetto di valorizzazione territoriale per l’agricoltura, la gastronomia e l’economia di Varese, con il cavolo protagonista ma anche con l’intento di «decolonizzare la zucca e adottare la rapa». Oggi, venerdì 18 settembre, l’iniziativa promossa da Foodpower, è stata presentata dalla fondatrice Franca Formenti, dall’agronomo Luciano Riva e da Rolando Saccucci, presidente provinciale Slow Food, agli Orti Broggini di Calcinate Del Pesce.

Entrare nelle maglie dell’economia per cambiarla

Come ha sottolineato Formenti il programma di “Varese? Che città del cavolo!”, interamente sponsorizzato da Econord, azienda da sempre attenta alla valorizzazione del territorio e alla sostenibilità, si pone anche in una prospettiva di «artivismo», puntando a generare «un’energia che si diffonda ed entri nelle maglie dell’economia, cambiandola».
Questa visione poggia sul solido pilastro scientifico e sul parere agronomico forniti dall’importante contributo di Riva sul patrimonio pedoclimatico del Varesotto. Da oggi sono aperte le call totalmente gratuite dedicate ad agricoltori, ristoratori e fioristi del territorio che desiderano unirsi al progetto e diventare protagonisti di questa valorizzazione: l’adesione è gratuita e avviene tramite l’apposito modulo disponibile sul portale ufficiale di www.varesechecittadelcavolo.it e sui canali social ufficiali.

Clima e suolo: la vocazione per le Brassicacee

Varese si prepara così a riaccendere i riflettori su uno dei suoi prodotti della terra più autentici e sottovalutati: il cavolo. Il progetto diffuso coinvolgerà coltivatori, ristoratori, fioristi e cittadini in un percorso di sensibilizzazione lungo più settimane, da metà ottobre a metà novembre. L’iniziativa, nata nella scorsa primavera, è partita dalla constatazione che il clima e il suolo locale sono naturalmente vocati alla coltivazione delle Brassicacee – la famiglia botanica che comprende cavoli, verze, cavolfiori, broccoli, cavolini di Bruxelles e rape – rimettendo al centro questa ricchezza per innescare un circuito economico virtuoso sul territorio.
Formenti ha ringraziato per aver ospitato l’incontro, che si è svolto alla presenza della socia Camilla Crugnola e della fondatrice Luisa Broggini, l’Orto Bio Broggini, che occupa quattro dipendenti e si estende per tre ettari. «Le dimensioni di un orto medio: per poter svolgere un’attività di vendita – hanno spiegato – occorre offrire un’ampia varietà di prodotti. Nel caso dei tipi di cavoli disponibili, colture che richiedono un clima mite, quest’anno ha visto come novità l’introduzione di specie orientali. Per garantire la qualità dei nostri prodotti il lavoro si concentra nella creazione di un terreno fertile; nell’ultima estate ha avuto bisogno di essere molto irrigato ma abbiamo la possibilità di attingere direttamente all’acqua sorgiva».

Una rotta per il marchio Igp

Il fulcro e l’ambizione massima del progetto è tracciare una rotta chiara per ottenere il marchio Igp (Indicazione Geografica Protetta) per il cavolo cappuccio di Varese e le altre Brassicacee locali. L’iniziativa punta a dare la giusta dignità economica a una vocazione agricola storica, tutelando la biodiversità locale e ponendo le basi per creare un’identità agroalimentare forte, tracciabile e riconosciuta.
Questo tentativo di valorizzazione territoriale punta a generare un forte valore aggiunto e nuovi introiti economici per l’intero tessuto locale, con benefici reali per i coltivatori (maggiore redditività e tutela del prodotto), per i ristoratori (che mettono al centro l’eccellenza della vera stagionalità autunnale), per i fioristi (un mercato inedito legato all’oggettistica floreale biologica) e per il turismo enogastronomico della provincia.

Il programma

«Siamo consapevoli che un traguardo così importante richiede i suoi tempi e non si taglierà interamente con questa prima edizione, che rappresenta però l’avvio ufficiale e il primo fondamentale passo per portare il focus dell’opinione pubblica su questa candidatura». Il programma è stato pensato per coinvolgere la città e la provincia a più livelli attraverso iniziative diffuse e continuative, aperte alle categorie del territorio tramite le call gratuite online:

  • Menu dedicati: i ristoratori aderenti proporranno piatti a tema rifornendosi direttamente dai produttori agricoli locali, valorizzando la filiera corta
  • Workshop sulla fermentazione: verranno organizzati incontri pratici dedicati alla fermentazione del cavolo (crauti e kimchi) per riscoprire tecniche antiche capaci di allungare la vita degli alimenti e azzerare gli sprechi
  • Educazione alimentare: in sinergia con il comparto medico-scientifico, si terranno incontri aperti al pubblico per illustrare i profondi benefici delle Brassicacee e dei cibi fermentati sulla salute

A testimonianza della bontà della strategia e dell’interesse che sta già muovendo sul territorio il progetto è stato invitato, giovedì 15 ottobre alle 21, a Materia, innovativo spazio libero di VareseNews dove sarà presentato al pubblico e alla stampa nei particolari.

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Il valore mediatico del 31 ottobre

In questa strategia di comunicazione, la giornata del 31 ottobre rappresenta un valore aggiunto di fondamentale importanza mediatica. Per sensibilizzare il pubblico e catturare l’attenzione sulla causa, il progetto lancia una riflessione culturale: stimolare il pubblico al ritorno all’uso della rapa al posto della zucca americana. Prima della zucca, per secoli, nella notte di Samhain – l’antico capodanno celtico – si usava la rapa: svuotata e intagliata, illuminava il cammino nelle notti d’autunno. Fu solo nell’Ottocento, quando gli emigranti irlandesi arrivarono in America e non trovarono più le rape a cui erano abituati, che la sostituirono con la zucca, un ortaggio locale più grande e facile da lavorare. Il progetto “Varese? Che città del cavolo!” ha l’ambizione di riportare in vita quella tradizione originaria, proponendo il ritorno alla rapa – e al cavolo – come lanterna di Halloween.

Una vera “creatura di confine” tra luce e oscurità

«La rapa – che appartiene alla stessa famiglia botanica del cavolo – è la lanterna originale della nostra storia: una vera “creatura di confine” che, crescendo per metà sotto terra (oscurità) e per metà sopra (luce), incarnava perfettamente il passaggio stagionale e il legame tra due mondi. L’obiettivo è stimolare la comunità a esporre una rapa o un cavolo cappuccio come lanterna alternativa sul proprio davanzale, superando l’omologazione commerciale del mercato per riscoprire il valore profondo della storia locale».
A sostenere questa campagna saranno anche i fioristi del territorio, che parteciperanno gratuitamente mostrando le loro composizioni creative e invitando a usare il cavolo cappuccio viola svuotato come vaso naturale per il Giorno dei Defunti del primo novembre. Un’alternativa identitaria e sostenibile ai vasi di plastica del cimitero, che sposa la filosofia del no-spreco: dopo aver fatto da vaso o da lanterna, l’ortaggio torna in cucina per essere consumato.

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