Accam, dopo il rogo turbine ancora ferme. Ora il caso finisce in tribunale

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BUSTO ARSIZIO – Sarà una perizia tecnica da parte del ctu del tribunale di Milano a stabilire le eventuali responsabilità rispetto alle cause dell’incendio, che a metà gennaio ha devastato entrambe le turbine dell’inceneritore. A chiedere un controllo più approfondito e puntuale è stata la stessa società. Nel frattempo le due turbine sono ancora fuori uso e solo nelle prossime settimane verrà pubblicata una gara pubblica per riuscire ad acquistare un rotore. Anche se i tempi di consegna saranno comunque lunghi. Si parla di mesi.

Anno bisesto anno funesto per Accam

Il 2020 per l’inceneritore è iniziato sotto una pessima stella. Il bilancio 2019, infatti, che a dicembre segnava al tirar delle somme persino con un leggero segno positivo, è stato di fatto stravolto in negativo nel giro di due settimane. E a far precipitare una situazione comunque già molto compromessa, sono stati i danni provocati dalle fiamme. Molto più pesanti di quanto, una volta spento il fuoco, si era immaginato.

La brutta sorpresa, infatti, è arrivata in seguito all’apertura delle due turbine intaccate dal rogo. Solo a quel punto il quadro si è palesato in tutta la sua drammaticità. Far ripartire anche una sola turbina non è stato possibile come invece preventivato. Troppo pesanti le lesioni. E a quanto pare, l’incendio più che una causa potrebbe essere stata una conseguenza delle condizioni in cui si trovavano i macchinari. A stabilire quindi le eventuali responsabilità, visto che i consulti tecnici a quanto pare non sono riusciti a dare certezza in tal senso, ora sarà un perito nominato dal tribunale di Milano.

Incendio all’inceneritore Accam di Busto. Il presidente: «Nessun allarme»

Sul filo del baratro

Non è un segreto che la situazione Accam, oltre che ingarbugliata, sia anche drammatica. Da tempo. Poiché il discorso non è solo legato al ripristino, economicamente salatissimo, delle turbine. Tanti sono i nodi da sciogliere, alcuni così calcificati da rendere ancor più difficile la ricerca di una soluzione efficace e che riesca a portare in acqua più tranquille la società, non tanto guardando al futuro, ma in maniera più pressante al presente. Insomma l’obiettivo è scampare a una fine che economicamente, ma anche politicamente (soprattutto per Palazzo Gilardoni), sarebbe devastante.

In un quadro che, ovunque lo si guardi fa acqua, turbine e bilancio da approvare, e nemmeno portato al voto all’ultima assemblea dei soci per la mancata continuità industriale, sono due spade di Damocle, ma nemmeno le peggiori. Ed è tutto dire.

Perché tra le beghe ancora da risolvere c’è la questione dell’affitto (ma anche la cessione o meno) del terreno, di proprietà del Comune di Busto, in concessione fino al 2025, ovvero in scadenza due anni anni prima della dead line fissata per il 2027. Dettaglio non da poco per una società al momento alla canna del gas. Di come sistemare la data dell’affitto ancora oggi non è giunta voce rispetto a cosa intenda fare l’amministrazione Antonelli. Ma non solo.

Il 2021 sarà l’anno di un’altra scadenza importante, che riguarda Europower, la società che si occupa della gestione dell’impianto. Come già confermato dalla società, non verrà prolungata, poiché appena scadranno i termini di affidamento, Accam ha già dichiarato di voler gestire direttamente l’impianto.

Nessuno vuole alzare bandiera bianca

Niente bilancio, sempre meno soldi a disposizione e sempre più risorse economiche da recuperare per far fronte a investimenti, non preventivati, come la riparazione delle turbine. Oltre a quelli già programmati poiché necessari. Insomma quasi al verde, ma con un’idea sul tavolo condivisa e votata dall’assemblea.

Ed è su questo passaggio che il presidente Angelo Bellora, il cda e i soci hanno deciso di scommettere. Una specie di “all in”. «Dall’ultima assemblea di luglio stiamo lavorando senza sosta sull’ipotesi Amga e che prevede il coinvolgimento anche di altre partecipate del territorio (Agesp ndr). La linea approvata dai soci è quella di costruire un percorso, non semplice ma unico per mantenere pubblico il controllo della società e dell’attività, che porti alla nascita di un’agenzia ambientale che possa gestire l’intero ciclo del rifiuto dalla raccolta allo smaltimento. Una multiservice o multiutility che dir si voglia, poiché più del nome è fondamentale ciò che dovrà fare. E questo sarà il primo e fondamentale tassello per uscire, passo dopo passo, da una situazione che so essere difficile, ma davanti alla quale non ci vogliamo arrendere».

Masochismo? «Tutt’altro – conclude Bellora – Poiché la questione con i soci ce la siamo posta. Ma l’alternativa qual è? Vendere o liquidare l’impianto? Farlo vorrebbe dire “passare la mano” ai privati. E su questo i soci sono stati chiari condividendo la volontà di mantenere pubblica la proprietà della società e l’attività in un territorio come il nostro e su una filiera delicata come la gestione dei rifiuti».

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