Dal primo di questo mese di luglio sono state riviste all’insù le tariffe ai caselli della Milano-Laghi. Dieci centesimi d’aumento per transitare da Gallarate Nord, dieci centesimi in più alla barriera di Milano. Appena un ritocchino, ci verrebbe da dire, se non fosse che va ad incidere sui costi già significativi per chi vi transita quotidianamente per lavoro, per studio, per qualunque altro motivo, da e per il capoluogo regionale e nel suo hinterland.
Oggi 1 ero e 70 per chi entra o esce a Gallarate/Cavaria, 1 euro e 90 per chi passa dalla barriera di Milano, rincari dell’1,8 per cento così che, andare e tornare da Varese a Milano, comporta una spesa di 7,2 euro. Mettetici la benzina e il tempo perso in coda (raro non trovarne lungo il tragitto a causa degli incidenti e dei cantieri infiniti) e capirete come la prima autostrada d’Italia (fu inaugurata dalla Buonanima 101 anni fa) rappresenti un salasso ancora più oneroso se moltiplicato per i giorni di un mese e di un anno.
Lamentarsi? Inutile, fiato sprecato: chi gestisce l’importante arteria sa fare bene i conti, mai mollerebbe barriere e caselli per accontentare le istanze che arrivano dal territorio. Politici, associazioni di categoria, amministrazioni civiche, comuni cittadini hanno spesso preso posizione per convincere chi di dovere a cancellare il pedaggio: l’Autolaghi non è più un’autostrada nel senso stretto del termine, è diventata una via di collegamento interno, una tangenziale ad alto scorrimento in un’area a forte densità abitativa, ad altissima concentrazione manifatturiera, senza soluzione di continuità urbanistica, con la presenza di Malpensa, in un prioritario crocevia stradale e ferroviario.
Se ne era resa conto la Lega di Bossi che, nei primi anni Novanta, quando aveva in agenda il Nord, organizzò presidi contro la realizzazione della nuova barriera di Gallarate. Proteste e appelli che continuarono negli anni, fino ai nostri giorni, fino a Matteo Salvini che, diventato ministro dei Trasporti, ha smesso gli abiti del Masaniello delle autostrade. Dell’incidenza dell’Autolaghi ne sanno qualcosa molti amministratori del circondario che, pur da altri versanti partitici, avevano (hanno) sposato le battaglie della Lega. Anche per un altro motivo: il traffico da attraversamento degli automobilisti che saltano il casello per non pagare il pedaggio.
E adesso? Il problema rimane irrisolto, per certi aspetti va aggravandosi per la crescita del via vai di auto e mezzi pesanti che ogni giorno (sono decine di migliaia) imboccano la A8 e transitano sull’ampia rete stradale collaterale. Un assalto oramai insostenibile per l’intera area, nella quale si insediano nuove strutture per i servizi, per la logistica, per le attività industriali e commerciali. Per questo, e non solo per questo, ci sarebbe bisogno che la Milano-Laghi, l’arteria principale di tutto il sistema viabilistico locale, fosse di libero accesso. Un risarcimento minino all’occupazione progressiva di territorio, in un coacervo di progetti che lo snaturano e minacciano in modo serio l’ambiente, di conseguenza, la qualità della vita. Ma non c’è da essere ottimisti: il Basso Varesotto e l’Alto Milanese continueranno a pagare un prezzo ambientale molto alto. E insieme ad esso un pedaggio oneroso per frequentare una delle più importanti autostrade d’Europa che, a differenza di altre arterie gratis del Belpaese, è una infrastruttura irrinunciabile per l’economia di una nazione, di una regione, di una provincia.
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