Omicidio Livatino, dopo 36 anni il perdono tra il cugino e i killer: «L’odio è un carcere»

BUSTO ARSIZIO – «Più che giustizia riparativa, dovrebbe chiamarsi giustizia pacificatrice». È il significato profondo dell’incontro tra Salvatore Insenga, cugino del beato Rosario Livatino, e Salvatore Calafato e Paolo Amico, detenuti da 36 anni per l’omicidio del magistrato agrigentino. Oggi, giovedì 29 ottobre, nell’aula Falcone-Borsellino del Tribunale di Busto Arsizio, il dolore per una ferita mai rimarginata incontra il lungo cammino del pentimento e del perdono. Ad aprire la giornata, le parole del cappellano del carcere di Busto e fondatore della Cooperativa La Valle di Ezechiele, don David Maria Riboldi: «Se un seme cade e non muore, resta solo; se muore, crea molto». L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, è intervenuto a margine richiamando il valore di una giustizia capace di guardare oltre la pena, senza cancellare le responsabilità ma che creda nel cambiamento di una persona.

Delpini: «C’è sempre la possibilità di cambiare»

«La giustizia riparativa è un modo di intendere la giustizia in modo originale e promettente. Chi ha commesso un reato punito ma non cancellato dalla convivenza civile. Interrogarsi su come riparare il male. Incontro straordinario. Promettente per umanità. C’è sempre per tutti possibilità di cambiare. Siamo tutti peccatori ma chiamati a conversione. Il sistema giudiziario e carcerario questo aspetto non lo mette abbastanza in evidenza. La possibilità che una persona possa cambiare e reinserirsi mi pare non sia messo abbastanza in rilievo», queste le parole dell’arcivescovo di Milano. «Senza fare riferimento a Dio non si può andare avanti. La tendenza della cultura occidentale a confondere la laicità con l’imbarazzo di pensare alla trascendenza è un grave pericolo. Senza un riferimento che indichi una direzione, senza un principio che permetta di distinguere ciò che è bene da ciò che è male, si finisce per pensare di poter fare tutto ciò che si vuole. Una società che non riconosce un riferimento a Dio rischia di non riuscire ad andare avanti nel modo giusto. Che Rosario Livatino sia riconosciuto come patrono dei magistrati può sembrare una scelta ovvia: è un modello di magistrato che ha saputo vivere pienamente la propria professione alla luce della fede cristiana».

L’evento

L’iniziativa, realizzata con il supporto dei mediatori di Incontra, il Centro di Bergamo, affronta una ferita che riguarda non soltanto le famiglie coinvolte, ma anche la memoria collettiva e la storia della magistratura italiana. Presenti le autorità del territorio, tra cui il prefetto Salvatore Pasquariello, il presidente vicario e facente funzioni del Tribunale di Busto Nicola Cosentino il procuratore Carlo Nocerino, il sindaco Emanuele Antonelli, il giudice Nicoletta Guerrero, presidente della sezione Gip e presidente vicario del Tribunale di Genova, che conobbe Livatino e il presidente dell’Ordine degli avvocati di Busto Eliana Morolli.

Calafato: «Dal seme di Livatino è nata la mia conversione»

«Non conoscevo Livatino. Vedendo strazio genitori, la coscienza sporca che avevo mi ha portato sino qui. Dal seme di Livatino è nata la mia conversione. Io spero suo cugino e i genitori, non può in vita, mi possano perdonare». Salvatore Calafato racconta il cammino interiore maturato in 36 anni, riconoscendo la gravità delle proprie azioni e il dolore provocato alle famiglie. «Attraverso la fede e la crescita spirituale ho imparato a guardare agli errori che ho commesso. Ho tolto la vita a un uomo dello Stato, ho offeso la magistratura e ho provocato dolore alle famiglie. Tutto ciò che ho fatto è stato sbagliato. Prego Livatino perché possa accompagnarmi nel mio cammino». Le sue parole esprimono il peso della responsabilità e il desiderio di trovare, attraverso la fede, una strada di cambiamento.

Amico: «Nessuna persona è perduta per sempre»

Anche Paolo Amico racconta la propria trasformazione. Nel 2023 si era fermato davanti alla reliquia della camicia insanguinata di Livatino, ancora segnata dai colpi che uccisero il magistrato. Oggi entra in tribunale per un incontro diverso da quelli vissuti in passato. «Dentro di me c’è un guazzabuglio di emozioni. È la prima volta che entro in un tribunale, tempio della giustizia, non per essere giudicato. Oggi provo una sensazione diversa, di serenità e di rispetto della mia dignità. Nessuna persona è perduta per sempre, e il fatto che sia stata voluta la mia presenza qui lo dimostra. In quella scarpata non moriva soltanto Livatino: moriva anche il ragazzo che ero io».

Voglio chiedere perdono

Amico ricorda di aver desiderato chiedere perdono dopo aver ascoltato un’intervista ai genitori di Livatino, ma di non esservi riuscito perché ancora condizionato dalla mentalità mafiosa e omertosa. «Sono rinato attraverso un percorso lunghissimo. Avevo visto un’intervista ai genitori di Livatino: sua madre esprimeva tutto il dolore per la perdita del figlio, ma riusciva anche a immedesimarsi nella sofferenza dei genitori dei ragazzi che lo avevano ucciso. Avrei voluto chiedere perdono, ma ero ancora prigioniero della mentalità mafiosa e omertosa. Non ci sono riuscito allora. Oggi, abbracciare Salvatore è stato come abbracciare Rosalia e Vincenzo. Ho chiuso il cerchio».

La presenza di Livatino

Il suo giudizio sul magistrato è cambiato radicalmente. Livatino, un tempo considerato un nemico, è diventato una presenza spirituale e un riferimento. «Allora Livatino era stato indicato come un nemico, accusato falsamente di favorire una consorteria avversa alla nostra. Io ci avevo creduto, e questo mi pesa come un macigno sul cuore. Oggi lo riconosco come un giudice austero e incorruttibile, ma anche come un uomo pieno di candore. Per me è una figura presente, una figura di conforto». Poi, rivolgendosi a Insenga, la richiesta di perdono: «Salvatore, grazie di essere qui. Ti chiedo ancora perdono».

Insenga: «L’odio è un carcere senza sbarre»

Il racconto di Salvatore Insenga attraversa il dolore di una famiglia e un percorso di perdono durato decenni. «Rosario ha influenzato la mia vita già da vivo, attraverso le nostre discussioni sulla fede, la filosofia e la politica, che mi hanno aiutato a formarmi. Era per me come un fratello maggiore. Dopo la sua morte, la sua influenza sulla mia vita è diventata ancora più forte». Insenga ricorda lo strazio dei genitori, la solitudine e la rabbia che lo accompagnarono dopo l’assassinio. «È stato un periodo devastante, che mi ha portato a odiarvi con tutto il cuore. Avevo vent’anni». La fede e la preghiera lo hanno aiutato, nel tempo, a liberarsi dall’odio e a maturare una scelta di perdono indipendente dal pentimento dei responsabili. «L’odio è un carcere senza sbarre, un carcere che ti costruisci da solo. Sono riuscito a uscirne soltanto attraverso la preghiera, perché altrimenti mi avrebbe devastato. È stato un percorso lungo, che mi ha portato a perdonarli a prescindere dal loro pentimento. Ho un fuoco dentro, non posso non amarli. Il perdono ha liberato me e spero che possa liberare anche voi. So che riceverò delle critiche per questa scelta, ma non me ne preoccupo. Il mio sogno è vederci tutti nella chiesa di Santa Chiara, a Canicattì, e pregare insieme. Vorrei poter dire che l’odio non ripaga nulla e che un colpo di pistola non può essere l’ultima parola».

Un abbraccio che guarda al futuro

L’abbraccio tra Insenga, Calafato e Amico non cancella il passato né le responsabilità. Rappresenta il punto d’incontro di percorsi personali profondi e diversi, accomunati dalla volontà di riconoscere il male commesso e impedire che il dolore continui a generare altro dolore. La giustizia riparativa diventa così un’occasione di ascolto e responsabilità, mentre il perdono si rivela una scelta personale, maturata nel tempo e non imposta.

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