E’ un giorno felice per il nostro Paese: Cecilia Sala è libera, gli ayatollah, dopo averla incarcerata senza una vera motivazione nella terribile prigione di Evin a Teheran, hanno aperto la sua cella affidandola alle autorità italiane. Sbocco positivo della vicenda per l’impegno diplomatico del governo Meloni e per il lavoro dell’intelligence. Chapeau.
Cosa ci sia dietro le quinte dell’arresto in Iran della giornalista forse non lo sapremo mai fino in fondo. Ipotesi se ne possono fare tante, soprattutto una da riferire al tecnico dei droni Abedini, accusato dagli Usa di terrorismo e, si dice, entrato nella trattativa per Cecilia Sala. L’ingegnere iraniano, la contropartita? A sensazione dovremo accontentarci di mezze verità. Ma tutto sommato, con Cecilia libera, va bene così, al netto delle tensioni all’interno delle agenzie dei Servizi culminate con le dimissioni del capo del Dis, Elisabetta Belloni.
Il problema, anzi, gli altri problemi ci arrivano proprio dagli Stati Uniti, precisamente da Mar a Lago, tappa delle recente visita lampo di Giorgia Meloni nella dimora di Donald Trump. Il presidente eletto americano potrebbe aver dato il via libera a Palazzo Chigi per imbastire la soluzione del conflitto diplomatico con Teheran, del resto è nota la sua simpatia politica per la nostra premier e viceversa. E, non a caso, la presidente del Consiglio ha fatto una toccata e fuga in Florida, per cosa se non per parlare, tra l’altro o in via prioritaria, del caso Sala.
Detto questo, è doveroso prendere atto del fatto che sia ritornato The Donald, lo scatenato capo della potenza statunitense che, in conferenza stampa, a pochi giorni dal suo insediamento ufficiale, ha dato sfogo alle sue intenzioni, o forse meglio, alle sue velleità. Programmi di stampo colonialista che annunciano l’uso della forza e che, in tutto il mondo, a cominciare dall’Italia, qualche preoccupazione sul futuro del suo mandato l’hanno suscitata. Annessione del Canada, invasione della Groenlandia e truppe sul canale di Panama; pronto, Trump, a scatenare l’inferno – sono sue parole – contro Hamas se non saranno liberati entro il 20 gennaio gli ostaggi israeliani, perdono per gli indagati dell’assalto a Capitol Hill di quattro anni fa e via su quest’onda. Trump promotore della pace in Ucraina (“In 24 ore convinco Putin a cessare il fuoco”) la ripropone con l’utilizzo dei cannoni per cambiare le geopolitica a favore degli Stati Uniti.
Federico Rampini lo paragona allo Jannacci del “vengo anch’io per vedere l’effetto che fa”. Insomma, un modo per attrarre su di sé tutta l’attenzione dei media, per marcare il territorio, per sottolineare che è tornato alla guida del mondo intero. Però con gli annunci. Perché un conto, sostiene Rampini, sono le parole, un altro i fatti. Insomma, un parolaio “con una logica in quella follia”. Ed è proprio questa logica che non ci lascia tranquilli, perché The Donald non ha sostanziali filtri, nonostante i contrappesi della democrazia americana. Oggi apparentemente in pericolo, come molte altre democrazie in giro per il pianeta, a cominciare dall’Europa. In conclusione, godiamoci il ritorno a casa di Cecilia Sala ma guai ad abbassare la guardia davanti a tutto il resto. Guardandoci attorno, con lo sguardo sul mondo e sulla nostra piccola Italia, i segnali non sono davvero dei più rasserenanti.
