di Massimo Lodi
Da una parte sta Draghi a dire: quest’Europa è marginale, spettatrice, irrilevante. Sfuma l’illusione che s’avvalga di vero potere. Bisognava da tempo, bisognerebbe in un drammatico tempo supplementare, invertire la marcia. Avere (sempre) una strategia economica comune, avere (sempre) una politica estera comune, avere (sempre che non sia troppo tardi) un esercito comune. Riassumendo: spirito pratico, afflato di responsabilità, proiezione nella lungimiranza.
Dall’altra parte sta Salvini, ex sostenitore del governo Draghi, a dire: quest’Europa è divisa, lo rimane, col tubo che cambierà. Gliene fornisce l’occasione l’ennesimo comizio in cui polemizza con Macron, già definito matto et alia in diverse circostanze, e adesso bollato di permaloso. Perché il capo dell’Eliseo -presosi dal vice della Meloni un beffardo tàches al tram, essendo favorevole all’invio di truppe a Kiev- reagisce convocando l’ambasciatrice italiana a Parigi. Guai a lui, che non coglie la bonaria ironia del pacifista titolare dei nostri Trasporti (a proposito di tram), pronto a rincarare la dose davanti alla platea leghista di Pinzolo. Pacifista? Si aspetta una denunzia, una sola denunzia, contro l’aggressione dispotica di Putin all’Ucraina. Non pervenuta da tre anni.
Perciò Draghi ha poco da sperare. E Salvini molto da propagandare. Sul tema bellico la spaccatura s’evidenzia a destra come a sinistra, con vantaggio elettoral-populista. E se non trova unione l’Italia, in che modo la potrebbe trovare l’Europa? In nessuno, salvo un’intesa blindata/miracolosa dei Paesi più forti che costringa ad adeguarsi i meno, il nostro compreso. Se no, gli equivoci, le furberie, l’astutismo machiavellico seguiteranno a perpetuarsi e Bruxelles -dando ragione all’ex presidente della Bce e del Consiglio dei ministri di Chigi- s’adeguerà a un rango di second’ordine rispetto alle superpotenze mondiali, Usa in primis.
Detto questo, e messi in conto alla Von der Leyen sbagli grossolani d’indirizzo e coordinamento del baraccone Ue, non aiuta che Roma vada a naufragare in una simile diatriba. Con le forze che sostengono l’esecutivo Meloni assolutamente deboli di fronte all’intemerata di Salvini versus Macron: il Capitano sulla posizione 1 (guai ai francesi), Forza Italia e FdI sulla posizione 2 (ai francesi e al resto del mondo ci pensano la premier e la Farnesina, la vox padana stia zitta), Noi Moderati sulla posizione 3 (Matteo l’antigallico ha ragione nella sostanza, torto nei modi: ma che formidabile, postdemocristiana, biancosepolcrale ipocrisia).
Uno spettacolo modesto, inadeguato al momento storico, istituzionalmente offensivo. Poi, diciamola chiara: o ci si schiera in concreto al fianco degli aggrediti, fornendogli mezzi e se del caso uomini per resistere agli aggressori o ci si ritira nel silenzi. Che è meglio, evitando gl’imbarazzi dell’attualità. Sono proprio quelli di cui si fa beffe Trump, e ci indica a guisa di dondolanti ultime ruote del carro occidentale, e ci spiega liscio liscio quali vasi di coccio siamo in mezzo a vasi di ferro (lui, il neo Maga-imperatore, più l’aspirante succedaneo degli Zar di tutte le Russie), e infine vien confermato d’essere nel giusto disprezzo proprio da dispute del fumigante tipo salvinian-macroniano. Certo, se la Meloni battesse un colpo anziché battere in ritirata, ce la conteremmo non così alla pessimistica. Invece ciccia: sopire e troncare, alla maniera d’un qualsiasi padre provinciale manzoniano. Siamo gente da promossi sposi, comunque vadano le nozze. Il solito tram tram.
