di Massimo Lodi
Dice Renzi alla Di Girolamo, che prova a risollevare le sorti di Avanti popolo, programma-flop di Raitre: “Lo sa lei, lo so io: Giorgia si candida alle Europee”. È (1) l’assist a pro della risalita degli ascolti. Ed è (2) la conferma dell’intenzione anticipata dalla premier a inizio d’anno. Renzi, tra molti difetti, ha la virtù di cogliere prima degli altri la sostanza politica. Nel caso, questa: Giorgia scende in campo per occuparne l’intero perimetro. Non potendo allestire fuori dalle urne il Partito della Nazione, prova a costruirvelo dentro. Una sorta di Pdl-bis. Certo, lei non è Berlusconi e non sale su un predellino a lanciare l’idea/il progetto. Però di Berlusconi ha ereditato buona parte dei voti e intende completare l’opera. A modo suo. Volge la chiamata continentale in sondaggio-verifica degli umori italiani: ottenendo un verdetto positivo, ridimensionerà i partner. Cominciando da una revisione del governo: fuori tizio, dentro caio eccetera.

Salvini è così spaventato dall’ipotesi del confronto da essersene chiamato fuori, fra lo sgomento dei leghisti. Forse medita di fare altrettanto Tajani, che di appeal popolare proprio non ne ha. Ma conviene alla Meloni cannibalizzare i sodali? Teoricamente no, ne seguirebbero fibrillazioni da inguaiare l’esecutivo. Eppure, il ragionamento vien facile: se la mollano, dove vanno a parare i suoi alleati? Da nessuna parte. Ecco perché sembra difficile una retromarcia dall’intento di correre. Né intimorisce GM l’obiezione che candidarsi e poi rinunziare al seggio sarebbe una fregatura imperdonabile agli occhi dei connazionali. Da decenni alle europee molti capilista sono i leader di partito, e nessuno s’è mai scandalizzato: ci si conta col sistema proporzionale, tutto vale per raccogliere consenso. Andreotti nell’89 guidò da ministro degli Esteri la Dc nel collegio di Nord Est, prese mezzo milione di voti, declinò la nomina, poco dopo divenne presidente del Consiglio.
In palio, oltre al confronto di mid-term (più o meno) coi soci della maggioranza che sostiene Chigi, c’è anche/soprattutto la conquista d’un favore popolare funzionale al fruttuoso posizionamento trattativista sul tavolo di Bruxelles. Qualunque sia la composizione del nuovo Parlamento di Strasburgo, i posti nella Commissione Ue (quella che esercita il potere) si distribuiscono in ragione del peso specifico/elettorale dei capi di governo. E perciò: Meloni più forte in Italia equivale a Italia più forte in Europa. Eccolo, il mantra della campagna di propaganda dell’ex underdog, persuasa che le conviene giocare grosso. Giocare tutto. Renzi glielo raccomanda: pur non potendo dare le carte, che sia lui il suggeritore delle mosse per non incartarsi?
