GAVIRATE – Il fiume come macchina del tempo, per accendere una luce su tempi lontani milioni di anni. Dalla Svizzera al Varesotto, fino alla confluenza con il Po, il corso del Ticino attraversa paesaggi che raccontano una storia ben più antica di quella osservabile a prima vista: dai mari del Triassico ai dinosauri, dai grandi mammiferi fino alle prime presenza umane. Con l’incontro “Ticino. Lo sguardo del paleontologo”, Cristiano Dal Sasso, ricercatore del Museo Civico di Storia Naturale di Milano ha raccontato la lunga storia custodita dal fiume.
Dai mari del Triassico alla terraferma
L’appuntamento, andato in scena al Chiostro di Voltorre, ha concluso il programma della mostra “Ticino. Le voci del fiume”, promossa da Istituto Oikos nell’ambito del progetto Eco4Ticino, finanziato dal Programma Interreg VI-A Italia–Svizzera. Attraverso la lente della paleontologia, il pubblico ha potuto ripercorrere milioni di anni di storia naturale, scoprendo come il passato geologico e biologico contribuisca a raccontare l’identità del territorio attraversato dal Ticino.
Il viaggio nel tempo è iniziato nel Triassico medio, quando gran parte dell’area del Varesotto era ricoperta dal mare. Qui vivevano rettili marini come gli ittiosauri. Tra i protagonisti di questa storia c’è il Besanosaurus leptorhynchus, uno degli ittiosauri più celebri del patrimonio paleontologico italiano. I suoi resti furono rinvenuti a Besano nel 1993 e descritti scientificamente nel 1996 da Cristiano Dal Sasso insieme al paleontologo Giovanni Pinna. L’esemplare, conservato con un feto ancora all’interno del corpo, ha rappresentato una scoperta di grande rilievo per lo studio della biologia e della riproduzione di questi antichi rettili. Il legame con il versante svizzero è altrettanto significativo: il Besanosauro proviene infatti dal giacimento fossilifero di Besano–Monte San Giorgio, al confine tra Italia e Svizzera. Nel 2021, Dal Sasso ha coordinato uno studio che ha portato all’identificazione di cinque esemplari, tra cui uno lungo ben otto metri, una dimensione eccezionale per i predatori marini di quell’epoca. Una ricerca che conferma quanto le collezioni paleontologiche italiane e svizzere, considerate insieme, contribuiscano a ricostruire una storia naturale condivisa. Dagli ambienti marini il racconto si è spostato sulla terraferma, con “Ciro” e “Tito”, due protagonisti della storia dei dinosauri italiani. Il primo, Scipionyx samniticus, è il celebre dinosauro rinvenuto a Pietraroja, in provincia di Benevento, noto per l’eccezionale conservazione dei suoi resti. Il secondo è il soprannome del saltriosauro, oggi conosciuto come Saltriovenator, il primo dinosauro scoperto in Lombardia e uno dei più grandi predatori vissuti nell’area dell’attuale Italia.
Il fiume che riporta a galla il passato
In questo racconto, il Ticino non è soltanto uno sfondo geografico: è un protagonista attivo, capace di trasportare e restituire tracce del passato. Le correnti possono spostare fossili e altri reperti, mentre nei tratti in cui la loro energia diminuisce, come nell’area di confluenza tra Ticino e Po, i materiali trasportati possono depositarsi e tornare visibili. È anche attraverso questi processi che il Ticino diventa una sorta di macchina del tempo naturale. L’incontro con Cristiano Dal Sasso ha mostrato come la paleontologia possa offrire una chiave di lettura preziosa per comprendere il territorio e le sue trasformazioni. Perché il paesaggio che abitiamo non è soltanto ciò che vediamo oggi: è il risultato di processi lunghissimi, di ambienti scomparsi e di forme di vita che hanno lasciato le proprie tracce nella roccia.
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