PAVANA – Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta Ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta. Francesco Guccini se n’è andato per età e per una lunga malattia, questa mattina, giovedì 6 agosto, nella sua Pavana.
Montanaro sceso in pianura per la Guerra. Diploma magistrale e maestro, voce profonda con un rotacismo che ha marchiato tutta la sua produzione discografica. Francesco Guccini non ha solo cantato un’epoca, quella della contestazione, con i suoi testi ha consegnato momenti di vita quotidiana, personale, politica che rimarranno per sempre che, ancor oggi, a distanza di cinquant’anni, suonano freschi sui supporti digitali moderni.
Un omone di quasi due metri, antidivo per eccellenza (i manifesti dei suoi concerti sono rimasti identici nel tempo con quel faccione barbuto riportato anche sull’album Via Paolo Fabbri, uno dei più belli), affabulatore ineguagliabile, ironico sul palco davanti a un pubblico che sapeva benissimo quando alzarsi e fare un po’ di casino e quando stare accomodato seduto per gustarsi fino in fondo le sue ballate, accompagnate dai Musici, artisti di altissimo livello (il Flaco, Ellade Bandini, Ares Tavolazzi, il maestro Vince Tempera), eppure umani. A Varese, lo ricordiamo sul palco del Palasport in un paio di concerti passati alla storia della cultura cittadina.
Francesco Guccini lascia un vuoto in chi lo ha seguito fin dagli esordi, in chi l’ha incontrato un po’ più tardi e chi, oggi giovane, si stupisce di quella che era la musica di quel tempo. Il Maestrone, così lo chiamavano per il suo diploma e la sua statura, ha scritto canzoni libertarie come La Locomotiva, Eskimo, L’avvelenata. E Dio è morto, censurata dalla Rai e trasmessa da Radio Vaticana, che ha compreso a fondo il significato religioso del testo scritto da un laico.
Guccini ci lascia canzoni che, togliendo la musica, potremmo inserire in un’antologia di poesie. L’evocativa Canzone della bambina portoghese, la sognante Il vecchio e il bambino, le malinconiche Incontro e Il pensionato, la denuncia dell’orrore nazista di Auschwitz. Ha cantato la sua terra e le sue città (l’Appennino, Pavana, il Limentra, Modena, Bologna).
Uomo dall’intelletto sopraffino e dallo sguardo che sapeva arrivare lontano prima di altri. Andate a riascoltare Piccola storia ignobile che sul finire degli Anni Settanta parla del dramma di una ragazza morta per un aborto, o la straziante Venezia dove una giovane mamma ha sacrificato la vita per dare alla luce un figlio e morire come Venezia, appoggiata sul mare. E non ci possiamo esimere dal citare la canzone che ha sempre aperto tutti i suoi concerti: In morte di SF – Canzone per un’amica.
Guccini ha raccontato anche se stesso, soprattutto nella sua produzione finale, che si è fatta più intima, meno arrabbiata, più disincantata. Non ha mai nascosto il suo essere di sinistra, ma non ha mai accettato le etichette o di essere ingabbiato in un partito. L’idea e l’ideale le cose che contano. Coraggioso negli anni in cui bisognava avere coraggio per andare controvento, cantautore capace di sondare l’animo della gente, di arrivare al cuore con la sua voce tutt’altro che poetica.
Nella sua vita d’artista ha sondato la scrittura, ma soprattutto la parola. Ha dato alle stampe un vocabolario sul dialetto di Pavana, ha scritto romanzi, ma il meglio l’ha dato in coppia con un altro scrittore formidabile, anche lui emiliano, il giallista di Vergato Loriano Macchiavelli.
I funerali verranno celebrati in forma privata. Ma la famiglia ha già fatto sapere che a settembre ci sarà un momento aperto per ricordarlo. Forse a Bologna, in quella piazza Maggiore stipata all’inverosimile in un epico concerto consegnato alla storia con il doppio live “Fra la via Emilia e il West“.
Francesco, Farewell.
