Garlasco, l’esigenza della verità

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Il Palazzo di Giustizia di Pavia

Ne parliamo non perché ne hanno parlato, ne parlano e ne parleranno tutti, ma perché le nuove indagini sul delitto di Garlasco sono la rappresentazione di una Giustizia che, quando vuole e nonostante tutto, nonostante siano passati quasi due decenni dall’efferato omicidio della povera Chiara, si ostina a cercare la verità. Questo, in un Paese dove la verità non è sempre l’obiettivo primario dello stesso sistema giudiziario e politico, ci pare degno di nota per i magistrati che fino a questo momento, in uno stretto riserbo, stanno lavorando attorno al caso. Che privilegiano il merito della questione alle suggestioni e, soprattutto, alle tante, troppe chiacchiere che l’hanno caratterizzata. Fino al punto da dividere l’Italia tra colpevolisti e innocentisti, un classico della nostra storia per vicende che colpiscono l’opinione pubblica. Insomma, fino a trasformare una tragedia in un fatto che accende curiosità, pettegolezzi, commenti, discussioni, liti e addirittura insulti.

Siamo tutti Sherlock Holmes e, tutti, abbiamo la nostra verità da proporre. In carcere da diversi anni c’è un condannato, Alberto Stasi, per il quale la Cassazione ha sentenziato in modo definitivo: è lui il colpevole. Indagata c’è un’altra persona, Andrea Sempio, attorno alla quale si sono addensati i sospetti dei pm di Pavia, dubbi che, fino a prova contraria, tolgono Stasi dalla scena del crimine. Si tratta di una situazione paradossale, che, al di là dei risultati delle indagini su Sempio, ora arrivate alla conclusione, impongono l’accertamento della verità. Tutti e due i protagonisti principali, Stasi e Sempio, si dichiarano innocenti, benché per uno valga la sentenza definitiva e per l’altro siano stati raccolti indizi che, per l’accusa, potrebbero trascinarlo in un processo.

Come finirà è impossibile prevederlo. Giuristi, giornalisti, criminologi, opinionisti, consulenti scientifici di ogni risma e competenza hanno espresso pareri, sono entrati nei particolari, anche dettagli inverosimili se non addirittura inventati, senza trovare una soluzione. Tranne ingigantire la confusione e il chiacchiericcio, a volte privi della necessaria continenza, sinonimo di temperanza e, soprattutto, pietà. Nei salotti televisivi la pietà non è quasi mai stata presa in considerazione per privilegiare lo spettacolo a favore dell’audience e di personali velleità.

Nel frattempo la Procura di Pavia ha fatto ciò che doveva fare, smentendo in prospettiva e, sempre fino a prova contraria, quanto determinato in passato dai magistrati e dalle forze dell’ordine che dal 2007, anno del delitto, e per gli anni successivi, con le loro indagini “incomplete e lacunose” hanno seguito il caso. E oggi? Oggi serve uno spiraglio di chiarezza. Che arriverà, se arriverà, nel mezzo di un contesto che non depone affatto per la chiarezza, da qualunque parte lo si prenda. Sarebbe devastante per la stessa Giustizia se finisse “senza nessun colpevole accertato”. Possiamo dirlo di Alberto Stasi alla luce delle ultime notizie della nuova indagine? E possiamo dirlo di Andrea Sempio? Mai come in questa situazione vale ripetere le parole di Paola Bettoni, la mamma di Lidia Macchi, la ragazza barbaramente uccisa quasi quarant’anni fa a Cittiglio, quando disse: “Io non voglio un assassino, voglio l’assassino”. Desiderio ineludibile anche per onorare la memoria di Chiara Poggi e per rispetto di tutti coloro che in questa terribile storia hanno provato e continuano a provare dolore.

Cosa resta della condanna di Stasi oltre ogni ragionevole dubbio

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