Può sembrare fuori luogo soffermarsi su questioni locali mentre il mondo è incendiato da conflitti bellici, pesanti questioni economiche e, per quanto riguarda il nostro Paese, da un contesto politico prossimo ad implodere (vedi l’esito parlamentare per la legge elettorale). Ma la scomparsa di Bruno Ceccuzzi, gioielliere e filantropo bustocco, ci spinge a riflettere sul futuro di una città, appunto Busto Arsizio, da decenni vittima della sindrome del capoluogo, una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di Varese, una frustrazione che si porta dietro fin dal 1927, quando la Buonanima le preferì come riferimento istituzionale la Città Giardino.
Ceccuzzi è stato uno dei massimi interpreti della cosiddetta bustocchità, un termine che in passato ricorreva spesso per sottolineare l’insieme dei tratti culturali, sociali e identitari della città. Aspetti che definivano il senso di appartenenza a una comunità per lo più operosa, caratterizzata dalla grande industria tessile che le conferiva un segno distintivo nel panorama manifatturiero lombardo e non solo. Grande industria, grandi uomini. Personalità che hanno dato un impulso importante, decisivo alla qualità della vita e alla ricchezza dei bustocchi (bustesi), promuovendo iniziative e investimenti che hanno lasciato il segno, che, anzi, sono diventate infrastrutture di primaria importanza, basti per tutte l’aeroporto della Malpensa.
Un attivismo imprenditoriale e sociale valorizzato e completato dalla filantropia, una generosità spesso realizzata in sordina, senza clamori, come è accaduto e della quale Bruno Ceccuzzi è stato tra i fautori in una città che, ad ogni costo, vuole recuperare il suo blasone. Non a caso c’è chi propone una legge per elevarla a co-capoluogo di provincia assieme a Varese. Percorso tortuoso alla luce delle priorità collettive nazionali, comunque l’ennesimo tentativo di promozione istituzionale dopo i tanti fallimenti in proposito del passato.
Sulla Prealpina, l’avvocato Alessandro Munari, tra i fondatori del BA Film Festival e della Fondazione Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni, prestigioso professionista e titolare di incarichi accademici, ha rilanciato il dibattito sul riconoscimento dell’importanza di Busto Arsizio “città – sono sue parole – che paga il basso profilo”. E per raggiungere questo obiettivo propone l’acronimo MABUGA, mutuato dal trumpiano Maga, cioè Make Busto Great Again (facciamo grande busto arsizio). Ambizioso progetto, che richiederebbe però il coinvolgimento delle forze sociali, politiche e produttive della città. Soprattutto richiederebbe la convinzione e la volontà di far tornare davvero grande Busto.
Con quali presupposti e sostegni? Busto Arsizio ha addirittura rischiato di perdere la gloriosa Pro Patria, uno dei suoi segni distintivi, penalizzata dal disinteresse generale, proprio per la mancanza di nuovi mecenati, dei quali Munari è probabilmente uno degli ultimi esempi. Come lo è stato Ceccuzzi, come lo sono stati i cittadini benemeriti che hanno inciso il loro nome all’ingresso di Palazzo Gilardoni. Ma forse mai come nel caso bustocco vale l’esortazione che il ministro Giancarlo Giorgetti fece a un dibattito sul futuro di Varese: “Se vuole crescere, non può più vivere di rendita”. Verità inoppugnabile, che vale anche e soprattutto per Busto Arsizio, all’indomani degli uomini che come Bruno Ceccuzzi hanno contribuito al suo prestigio e che trovano sempre meno epigoni disposti a seguire il loro esempio. Sconfiggendo il traccheggio dei tempi attuali e, peggio ancora, la rassegnazione.
Busto piange Bruno Ceccuzzi. Gioielliere e benefattore, aveva 84 anni
