Caro direttore,
mi permetto di scriverle per dire la mia a proposito del suo interessante spunto sul tema della remigrazione e dei rimpatri. Sono due termini che non hanno lo stesso significato, è vero. Ma nemmeno la parola remigrazione ha un significato univoco e scolpito nella pietra. E, sia chiaro, non ha nulla a che vedere con la deportazione né tantomeno con certe pagine buie della storia che si vogliono evocare per smontare una proposta seria e strutturata su cui Paesi come Svezia e Danimarca, di cui non si è mai messa in dubbio la civiltà, stanno già lavorando concretamente.
E siccome penso anch’io che le parole siano importanti, spero che mi conceda la possibilità di chiarire cosa intendiamo per remigrazione, in modo da non ingenerare equivoci.
L’ho detto anche davanti alle telecamere di Malpensa24Tv e lo ripeto: remigrazione significa rimpatriare quegli immigrati che delinquono o commettono reati gravi, o che non hanno diritto di restare sul nostro territorio, ma anche coloro che non hanno nessuna intenzione di integrarsi nel nostro tessuto sociale. La cittadinanza non può essere solo un timbro su un documento: presuppone senso di appartenenza a una comunità, responsabilità civica, ma anche adesione piena ai valori della nostra Costituzione. Quelli contenuti nei principi fondamentali e nella prima parte, “Diritti e doveri dei cittadini”, tra cui la parità tra uomo e donna, ma anche il principio di laicità dello Stato. Chi pretende di importare nel nostro Paese usi e consuetudini incompatibili con questi pilastri della nostra convivenza civile non può pretendere di avere diritto di cittadinanza. E chi ambisce a diventare cittadino italiano deve riconoscere e rispettare le leggi e le norme che regolano la vita della nostra comunità.
Serve un nuovo patto sociale per evitare le degenerazioni che stanno vivendo altri Paesi europei, che prima di noi hanno aperto le porte all’immigrazione di massa senza mettere i necessari paletti. Penso al Regno Unito dei tribunali islamici che applicano la Sharia o della cosiddetta “two-tier policing”, dove persino sventolare la gloriosa bandiera nazionale della Union Jack diventa un problema. Oppure alla Francia e al Belgio, con le loro enclave in cui la presenza dello Stato è praticamente bandita.
Vogliamo arrivare a questi casi limite o possiamo prendere spunto dagli errori altrui per porre un argine prima che sia troppo tardi? Davvero pensiamo che si possa tollerare tutto pur di avere qualcuno che raccoglie i pomodori nei nostri campi? Non si tratta di deportare o di espellere su basi etniche, ma di costruire un sistema di regole più chiaro e definito per l’accoglienza e la cittadinanza: chi accetta di rispettarlo e di integrarsi è il benvenuto, chi lo rifiuta non può pretendere di restare e va rimpatriato.
E allora ribaltiamo la prospettiva, fuori dalla propaganda di chi ha interesse ad agitare lo spauracchio della remigrazione per interessi di parte: qui il punto dirimente non è la provenienza geografica o la confessione religiosa dei migranti, ma la loro disponibilità ad aderire al nostro tessuto sociale e al nostro sistema di valori, anziché limitarsi a trasferire nel nostro Paese modelli culturali incompatibili con essi, sfruttando i benefici del nostro generoso welfare.
Oppure la “Costituzione più bella del mondo” è un totem intoccabile solo quando conviene, ma può essere dimenticata nella parte in cui richiama doveri e responsabilità? Dobbiamo avere il coraggio di difendere la nostra storia e la nostra identità: perché una comunità che rinuncia ai suoi valori fondanti non diventa più inclusiva, ma rischia di perdere la propria stessa anima.
Con stima,
Isabella Tovaglieri
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Gentile onorevole Tovaglieri,
stiamo parlando la stessa lingua. Se c’è un distinguo è comunque di tipo lessicale: remigrazione non ha uguale significato del termine rimpatri, lo scrive anche Lei nell’incipit della sua lettera. Il rischio è che utilizzando questa parola, remigrazione, si crei confusione e si dia fiato a concetti xenofobi e razzisti, assolutamente intollerabili al di là delle urgenze e dei guai provocati dall’immigrazione incontrollata. In quanto alla necessità di “costruire un sistema di regole più chiaro e definito per l’accoglienza” siamo tutti concordi. Solo che le regole non le posso decidere io, ma chi governa. (Vin.Co.)
