Ormai è chiaro: il centro, inteso come area politica, ha più partiti che elettori. Anzi, partitini. Lasciando perdere in questo momento Forza Italia e le sue pene, proviamo a guardare in quel centro che sta più vicino alla sinistra. Dove si può trovare, anche alle latitudini politiche provinciali, più che una tendenza al centrismo, una spiccata propensione all’egocentrismo. Ma andiamo con ordine e proviamo, come il vecchio ma sempre alla moda passatempo della Settimana Enigmistica, a unire i puntini e scoprire il volto del politico o dei politici (di casa nostra) che emergono.
Democrazia Cristiana, Partito Comunista, ma mettiamoci anche il Partito Socialista. Roba da dinosauri e Dio scampi noi curiosi indagatori dei tempi moderni dal ritorno di quelle impalcature fin troppo ideologiche. Però non possiamo dimenticare che quella trimurti politica era costituita da partiti popolari, ovvero a larghissima diffusione tra il popolo e dentro il popolo. E quando si muovevano, anche per decidere in casa loro chi avrebbe dovuto comandare, convocavano congressi. Di tutto ciò, ovvero di partiti capaci di essere vicini al popolo (che poi altro non sono che gli elettori), non è rimasto più nulla.
Oggi al grande partito popolare (entrambi con la p minuscola) si è sostituito uno stuolo di piccoli partiti populisti, in due parole: partitini demagogici. Anche al centro dove non perdono occasione di discettare su quanto siano diversi dai populisti. E dove non fanno congressi, bensì congressini. Conventicole che “vendono” i like raccolti dalle loro pagine Facebook come un segno di grande appeal tra la gente, ma in realtà contano un pugno di iscritti (parentado e amici dei capataz compresi, anche se questo si è sempre fatto) e votano il proprio segretario provinciale in 32 (se va bene) com’è accaduto con Italia viva. Perché questo è successo al congresso provinciale di uno dei due principali partiti che bramano per rappresentare l’elettorato moderato, al punto di dare vita alla gara di chi tra i due leader nazionale è più al centro dell’altro e mandare alle ortiche un progetto politico (ahimè, che creduloni siamo) unitario e che, a elezioni passate, si è rivelato uno dei tanti cartelli elettorali come se ne sono già visti di recente.
Insomma, più che di partiti bisognerebbe parlare di questioni private. Roba da caminetti. La conferma di questa affermazione? La recente visita di Matteo Renzi in provincia di Varese, nell’azienda di Gianfranco Librandi. E’ forse un caso più unico che raro di leader di partito che arriva senza incontrare i vertici territoriali del suo movimento. Maria Chiara Gadda, deputata: assente. Salvino Reina, segretario provinciale appena nominato (quale migliore occasione per presentarsi e conoscersi?): assente. Giuseppe Licata, consigliere regionale: assente. E potremmo andare avanti con assessore e consiglieri. Non c’era nessuno. Unico presente l’imprenditore di Saronno che, sarà anche nel direttivo nazionale del partito, ma non ha alcun ruolo istituzionale.
Non una bella immagine per un partito che dice di puntare ad allargare il proprio consenso al centro, ma fa il contrario trasformando il movimento in un risiko a difesa delle posizioni dei pochi eletti. Basta girarci intorno, Italia viva in provincia di Varese è divisa in due: da una parte ci sono i varesini che fanno capo alla Gadda, dall’altra c’è Librandi e i suoi fedelissimi, coloro che si muovono per fare le tessere e per metterci la faccia quando serve un candidato a qualcosa. Ovvero da una parte ci sono (non tantissimi) i voti, dall’altra i quattrini (che per far politica servono, eccome se servono). In mezzo c’è (quasi) il nulla: Italia viva a Gallarate: non pervenuta; a Busto? Chi l’ha vista? A meno che non si voglia fare il nome di Gigi Farioli, che però vaga nell’orbita centrista senza più una direziona certa. Disamina spietata? Forse, allora chiudiamo con una canzone del Maestro di Ionia Franco Battiato che fa “Cerco un centro di gravità permanente”: l’importante è che ci sia una poltrona o una vetrina (aggiungiamo noi). E calza a pennello con il quadro poco edificante che ne viene fuori.
