La guerra e i “due governi in uno”

Il Consiglio supremo di difesa convocato da Mattarella

di Massimo Lodi

C’è voluto Mattarella per ridare un senso all’idea di nazione, purtroppo svillaneggiata dal fresco dibattito parlamentare, Camera e Senato, su guerra e dintorni. Dove dintorni segnala l’etica dei valori italiani, che fa il paio con gl’interessi della Repubblica. Il presidente ha accantonato (di corsa) il non condivido e non condanno di Meloni circa l’aggressione d’Usa/Israele all’Iran. Armageddon da non condividere sì, ma da condannare pure: l’asserto quirinalizio mette il punto a svirgolate finite nella nube d’aria esplosiva dell’oggidì. Motivo semplice: i pluri-raid bombardiferi han fatto stracci d’ogni convenzione internazionale, dell’esistenza di Onu e Nato, d’un multilateralismo che ha permesso l’accettabile coesistenza dell’Occidente transatlantico e inter-europeo dopo la Seconda guerra mondiale.

Da lì si deve ripartire. Da lì va compreso che l’equilibrio della negoziazione soverchia la follia della legge del più forte. Da lì viene non il consiglio, e invece l’obbligo a essere un Paese unito di fronte alla tragedia mondiale, diffusa in vari teatri e ora al culmine nel Medio Oriente. Da lì si comprende, e sarebbe assurdo il contrario, quanto siano di corta vista i pregiudizi di bottega rispetto allo sguardo d’insieme richiamato dallo scenario che ognuno vede.

La premier, in ritardo e quasi di default, ha provato il lancio del ponte istituzionale, però senza negare legami d’appartenenza politica con l’universo americano di cui son chiare le responsabilità dell’atomic petrol war e idem l’avversione all’Ue. L’opposizione le ha risposto picche. Comprensibile il riflesso d’istinto, negativo e immediato. Però, a fumi polemici ormai evaporati, proprio all’opposizione converrebbe assumere una postura di rango adeguato all’evento storico.

Se questo conflitto ridisegnerà i confini geopolitici del pianeta, e dunque si finirà per misurarsi al tavolo d’una nuova Yalta, l’Italia dev’essere una e una sola nell’ipotizzato scenario. Chiaro che la destra non accetterà mai la proposta d’una sorta d’esecutivo parallelo d’unità nazionale accanto a quello regolarmente in carica perché votato dagli elettori; ma la sinistra avrebbe il dovere, oltre che la convenienza, di spingere su un’offerta virtuale e al tempo stesso concreta, efficace, patriottica.

È la visione (visione: non utopia) dei due governi in uno, alla quale si ricorre adoperando praticità e senso dello Stato quando la situazione tende al peggio. Certo, le fazioni (sono fazioni, ahinoi) han poco o zero da guadagnare nel rapporto empatico con i loro sostenitori popolari, e tuttavia i sostenitori della valenza popolare d’un Paese han molto e anzi tutto da guadagnare. Mattarella non poteva esplicitare hic et nunc un pensiero così, ma è come se l’avesse esplicitato. Con la preoccupazione che l’attacco alla base irachena di Erbil, dov’era un nostro contingente militare, rappresenti il prodromo d’attacchi ulteriori, isolati, a sorpresa nel segno del terrorismo di cui conosciamo bene l’imprevedibile/mortifera potenza. È anche immaginando questa minaccia che van rimossi i grotteschi timori di inciucio, dei quali -complice l’imminente referendum sulla giustizia- sembrano prigioniere destra e sinistra, sia guardando l’una all’altra, sia guardando l’una e l’altra dentro sé stesse. C’è bisogno di più (di più alto) nel mezzo della deriva bellica alla quale stiamo già pagando un doloroso prezzo economico e sociale.

governo iran guerra – MALPENSA24
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