La sentenza della Corte Costituzionale e le considerazioni di un vecchio liberale

pellerin giorello filosofo
Ivanoe Pellerin

di Ivanoe Pellerin*

Ceguito di ari amici vicini e lontani, il 25 settembre 2019 la Corte Costituzionale ha scagionato Marco Cappato dalla condanna per aver accompagnato a morire in una clinica svizzera il dj Fabo, cieco e tetraplegico a seguito di un n terribile incidente. Questa sentenza ha creato notevole scompiglio sia fra le file di coloro che lottano per una liberalizzazione in tema di eutanasia sia fra coloro che sostengono l’inviolabilità della vita ad ogni costo. Per questo vi propongo alcune osservazioni di ambito, di metodo e di merito.

Di ambito. Ci muoviamo in un territorio estremamente delicato dove convivono elementi etici come i principi di beneficenza, di non maleficenza e di autonomia. Quest’ultimo più volte sottolineato e sostenuto, oggi si trova in prima linea a difesa in particolare della “qualità della vita” soprattutto quando questa si trova in grande pericolo come nei drammatici momenti dell’inguaribilità e della fine della vita. A volte la ricerca del “best interest del paziente”, del miglior bene, diventa un difficile confronto fra beneficialità e autonomia.

Penso allora alle persone, non importa se buone o brave, che giacciono in un letto in ospedale o al proprio domicilio con il desiderio di vivere ma con la consapevolezza di morire. Sono preda di atroci dolori che non hanno orario, che si affacciano con le prime luci dell’alba e che spesso non si esauriscono con le prima ombre della sera. Là dove il tormento perfora la mente, altre aggressioni d’orrore distruggono la dignità della persona. Ora è il tormento del sondino che dalla bocca va nello stomaco, ora è l’affanno del respiro di un sospiro d’aria, ora è la difficoltà a deglutire due piccole gocce d’acqua, ora è semplicemente la drammatica necessità di sentirsi puliti.

Ebbene tutto ciò deve essere placato e l’esigenza di dare una risposta e un sollievo a coloro che vivono abbracciati alla malattia che distrugge il corpo e la mente, deve declinare l’impegno di coloro che si fanno operatori sanitari per passione e per irrinunciabile determinazione. Nel momento in cui la morte è vicina, in cui sembrano predominare tristezza e sofferenza, proprio in quel momento c’è ancora vita, progetti e sentimenti di intensità insospettabili. Per la tutela di tutto ciò esistono da tempo le cure che si occupano della persona che vede restringersi l’orizzonte della vita: le Cure Palliative.

Le Cure Palliative risolvono tutti i problemi degli inguaribili in fase avanzatissima di malattia? No. Certamente no, anche se si ergono a baluardo fra gli integralismi della vita ad ogni costo (alla fine accanimento terapeutico) e della morte a portata di mano (che ha l’aspetto dell’eutanasia). La nuova legge 219/17, per intenderci quella sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (della quale vi ho parlato lo scorso gennaio), pone un importante accento sulla relazione di cura fra medico e paziente.
Lo scopo della relazione terapeutica e il diritto del paziente sono una cura benefica commisurata alla persona, ossia una cura appropriata; tale è una cura che soddisfi non solo i parametri di validità scientifica e deontologica (appropriatezza in senso clinico e proporzionalità secondo criteri oggettivi e soggettivi di onerosità e beneficio) ma l’esigenza di sintonia con il sentire del paziente in merito al proprio bene, perseguita nella pratica della consensualità e nel rispetto dell’identità della persona.

Mi piace ricordare ciò che disse Giuliano Amato, Presidente della FONDAZIONE CORTILE DEI GENTILI, a Palazzo Giustiniani a Roma durante il Convegno, “I doveri della medicina, I diritti del paziente” (Palazzo Giustiniani, Roma, 17 settembre 2015) : “… vivo il paziente e vivo il medico, ci si occupa in realtà di una stagione della vita.”

Di metodo. La Corte Costituzionale della Repubblica Italiana è composta da quindici giudici, nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa. Sono giudici di altissimo profilo, professori di grande caratura nell’ambito giurisprudenziale e avvocati di nobili origini. Nell’ambito giurisprudenziale una grande cultura, non c’è dubbio. Ma per quanto stiamo discutendo occorre anche una competenza appunto in ambito etico, filosofico, teologico e financo nella cultura generale di pertinenza che chiamiamo “Medical Humanities”. Ecco, da questo punto di vista ho qualche perplessità sul fatto che questi alti magistrati possano decidere per tutti noi su problemi che riguardano le radici della nostra umanità, la cifra del nostro esistere e morire. Certo la politica ha dimostrato tutta la sua pochezza poiché in un anno non ha saputo non dico legiferare ma neanche discutere un problema di così vasto respiro.

Di merito. La sentenza della Corte va intesa nel modo corretto, altrimenti si rischia di stravolgerla. Non riconosce affatto, come qualcuno ha erroneamente osservato, il diritto al suicidio. Proprio per evitare questa interpretazione pone una serie di paletti molto severi quali la necessità che si tratti di una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche e psicologiche, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, la piena consapevolezza del paziente e, non ultimo, il giudizio da parte di medici del Sistema Sanitario Nazionale e del Comitato Etico competente per quel territorio. Mi paiono condizioni molto vincolanti.

Alla fine. Cari amici vicini e lontani, io sono un liberale all’antica che auspica di coniugare libertà con responsabilità. Per me non può essere che così. Un liberale non grida, non impreca contro chi la pensa diversamente, si rifà a Montaigne, a Hume, alla loro saggezza scettica. Un liberale riflette e medita e considera. Credo certamente che la mia responsabilità verso la vita comprenda anche la responsabilità verso la
fine della stessa, ma faccio fatica a comprendere (a causa della mia coscienza medica) un “diritto alla morte” e per questo sostengo fortemente la legge 219. In ogni caso per me la qualità della vita è un bene superiore alla difesa della vita a oltranza. Questo dilemma significa che sempre di fronte alla sofferenza incontrollabile si allarma immediatamente un problema di coscienza. E il problema, a mio parere, riguarda il paziente, il suo medico e la o le persone che si amano. Ecco il nucleo di chi deve riflettere sul confine. Un grigio che più grigio non si può ma che può essere illuminato dal pensiero libero, dallo “spirito”, dalla fede o dalla speranza, speranza che tutto vada per il meglio comunque vada a finire. A volte non è “la speranza l’ultima a morire, ma è il morire l’ultima speranza.” (Sciascia) A volte.

*già direttore dell’Unità Operativa Complessa di Cure Palliative e Terapia del Dolore dell’ospedale di Legnano

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