La sfida di Gesù e della Chiesa nell’era della post-verità

patrini cattolico voto

di Luigi Patrini
(ex sindaco di Gallarate)

C’è una grande sfida oggi per l’uomo post-moderno: è la sfida che Gesù ha lanciato 2mila anni fa e che la Chiesa ci ha fatto conoscere. Stando a quello che spesso dice Papa Francesco, la sfida è di Gesù, ma è anche della Chiesa, anche se in qualche misura quella sfida è per tutti gli uomini e, quindi è “della Chiesa”, ma è anche una sfida “per la Chiesa” stessa!

Parlando ai suoi contemporanei, Gesù li avverte: “conoscerete la Verità e la Verità vi renderà liberi” (Gv. 8, 32). La sfida è tutta qui: si è davvero liberi quando non si è nella verità? E perché è la verità, solo la verità, che può renderci liberi?

Questa è una sfida per ogni uomo, laico o cristiano che sia. Ma lo è soprattutto per l’uomo post-moderno, che vive in quella che molti ormai chiamano “post-truth era”, l’età della post-verità.  La controprova può essere offerta da un altro neologismo che si sta diffondendo: sempre più si parla di “fake news”, cioè di notizie false (= “non-vere”), diffuse di proposito per disinformare o dare notizie distorte ed ingannevoli.

C’è una domanda drammatica nel Vangelo, la più drammatica di tutte quelle che l’uomo può porre, è la domanda che Pilato pone a Gesù: “Quid est veritas?”, cos’è la verità? Gesù non risponde, perché la Verità era lui stesso, bastava che Pilato aprisse gli occhi e l’avrebbe capito. Ha intuito bene la “ragione”di questo silenzio S. Agostino, che, risolvendo la domanda in una sorta di anagramma, trasforma il “quid est veritas” in “vir qui adest”: l’uomo che è davanti. L’uomo che è davanti a Pilato è appunto il Cristo. Ma questo va bene per chi è credente, non certo per chi si proclama ateo o indifferente. Su questo “indifferente” ci sarebbe molto da dire, perché uno dei principi della logica umana è proprio il “principio del terzo escluso”: di fronte ad un’affermazione non si può che ritenerla vera o falsa, non si può essere indifferenti. Ma di questo – se ai lettori interessa – riparleremo un’altra volta, coinvolgendo il più grande genio moderno, Blaise Pascal.

Mi preme precisare che quanto sto affermando ha un rilievo decisivo per la vita concreta e per il nostro rapporto con la realtà di ogni giorno.

Qualche settimana fa il movimento Pro Vita ha esposto a Roma, in via Gregorio VII, un manifesto di 7 metri per 11, che riproduceva l’immagine di un feto di 11 settimane, accompagnato da alcune frasi: “Tu eri così a 11 settimane”, “Tutti i tuoi organi erano presenti”, “Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dal concepimento” e – horribile dictu – “Ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. L’affissione era regolare, ma le consigliere comunali del Pd ne hanno chiesto la rimozione. La Sindaca Raggi ha prontamente eseguito e, in meno di 48 ore dall’affissione, il manifesto è stato rimosso: evidentemente a nessuno interessano i diritti di chi è soppresso prima ancora di venire alla luce! Il manifesto ha dato fastidio a quanti pensano che l’embrione sia solo un grumo di cellule, dimenticando che quel “mucchietto di cellule”, se riesce a venire al mondo, è destinato a diventare un uomo o una donna.  Il manifesto non attaccava la legislazione che ha legalizzato l’aborto, né si appellava a princìpi morali, o ad argomentazioni politiche, filosofiche o religiose: semplicemente affermava una verità di fatto, che è verificabile dalla scienza e dall’esperienza, anche se può dare fastidio a chi dà più importanza all’ideologia che alla realtà.

In questi giorni, sempre a Roma, un fatto analogo: per iniziativa di CitizenGo è stato affisso un nuovo manifesto che afferma una verità inconfutabile, che cioè “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. Qualcuno potrà smentirlo? La senatrice Cirinnà ne chiederà ancora la rimozione? Che farà la sindaca Raggi?

Intanto i miei lettori potrebbero cominciare a chiedersi che c’entra la verità con la libertà. Ma cos’è la verità? E la libertà?

Gesù Chiesa verità – MALPENSA24