Morti in corsia a Saronno, chiesti risarcimenti per 14 milioni di euro

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BUSTO ARSIZIOOltre 14 milioni di euro di risarcimento per le morti in corsia al pronto soccorso dell’ospedale di Saronno. A tanto ammonta la richiesta avanzata dalle parti civili, una quarantina, parenti e familiari delle vittime (12 in corsia e 3 in ambito familiare) dell’inchiesta “Angeli e Demoni” con imputato l’ex vice primario Leonardo Cazzaniga. Il dato rilevante è emerso durante l’intervento in aula dell’avvocato Giuseppe Candiani, difensore dell’azienda ospedaliera ASST Valle Olona, citata nel procedimento come responsabile civile.

L’avvocato: Asst parte danneggiata

“L’azienda – ha spiegato Candiani – si ritiene una parte danneggiata non solo per le richieste formulate dalle parti civili ma anche per le ripercussioni avute in questo procedimento. Ci sono due temi fondamentali, l’accertamento del dolo e la prova di causalità tra la condotta del dottore e la morte dei suoi pazienti”. Candiani ha espresso la tesi difensiva chiarendo i due temi di discussione: “I pazienti ospedalieri – dice – arrivano al pronto soccorso con una malattia incurabile. Arrivano al PS perché si trovano colpiti da una crisi acuta, malati terminali, o terminalissimi in alcuni casi. Cazzaniga prescrive farmaci il cui scopo è lenire il dolore. Pazienti che soffrono molto e l’unica cosa che si può fare è aiutarli a soffrire meno. I farmaci usati sono quelli utilizzati nell’eccellenza delle cure palliative. Cazzaniga è un medico che rileva la sofferenza e cerca di porvi rimedio. Lo fa maldestramente e con errori. Non si possono aggredire i portantini o le infermiere, non si può usare la terminologia di Cazzaniga. Tutto censurabile, ma nulla attestante il dolo di omicidio. L’eutanasia è vero è omicidio, ma questo desiderio lo possiamo considerare la prova della sussistenza del dolo per ogni episodio? Io penso di no. Se non c’è non si può affermare la responsabilità di Cazzaniga. Queste non sono cure palliative, le cure palliative sono altra cosa, ha ragione la Procura. Le cure palliative non si fanno così, è vero, si fanno in hospice. Un medico del pronto soccorso però non può trincerarsi dietro alla non qualificazione di esperto di cure palliative. Vero, il dottor Cazzaniga ha invocato il suo protocollo. Il protocollo è una serie di considerazioni etiche-morali che dovrebbero essere chiare in ogni essere umano. Il tema è: è stata raggiunta la prova dell’intenzione omicidiaria del Cazzaniga in ogni singolo caso a lui contestato? Io ritengo di no. L’altro tema è il problema del nesso di causalità. Deve essere provata la conseguenza diretta tra la sua condotta e la morte del paziente. Serve la certezza che quel tipo di somministrazione produca il decesso”.

Farmaci per lenire la sofferenza

“Dobbiamo decidere – ha aggiunto l’avvocato Candiani- se i sovradosaggi sono in tali entità da aver provocato la morte. Le persone stavano morendo non c’era più tempo di mandarli in un hospice, l’unica strada era quella di ridurre il dolore. I pazienti sono tutti in età avanzata, in gravissime condizioni cliniche e necessitanti di terapie palliative. Non fossero stati terminali sarebbe diverso. È stata accelerata la morte? Se abbiamo con certezza la data della morte, se è anticipata allora discutiamo, ma sul dato temporale non c’è nessuna prova del termine cronologico della loro sopravvivenza ma soprattutto non abbiamo certezza sul dato di morte. Avete la certezza che quella condotta abbia certamente causato la morte o l’abbia accelerata?”. Come si può dire? Può essere, ma deve essere accertato. A questi pazienti non è stata fatta l’autopsia per motivi comprensibili ma così manca un dato indispensabile. Ma andava fatta subito. Anche per il caso di Luciano Guerra. I comportamenti di Cazzaniga possono legittimamente far pensare a un’attività poco attenta, ma è davvero troppo poco per provare il nesso di causalità che può essere accertato solo scientificamente”. Candiani ha ribadito la tesi dell’uso dei farmaci per lenire le sofferenze del paziente: “È vero – ha chiosato – che non sono cure palliative, ma sono un approccio disperato di un medico che non fa cure palliative a casi che richiedevano l’uso di cure palliative. Ritengo che le terapie fossero indirizzate allo scopo di lenire il dolore”.

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