Ospedale Gallarate/Busto: troppe polemiche, tanta confusione

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Daniela Bianchi, direttore generale dell'Asst Valle Olona

Una sconfitta per Gallarate la futura ridistribuzione dei presidi sanitari del territorio, alla luce del progettato ospedale unico? Stralciamo da un commento della Prealpina: “Oltre a dover mettere in conto di perdere un bel po’ di servizi sanitari, (Gallarate, ndr) si risveglia subalterna a Busto Arsizio e con meno autorevolezza politica”. E’ questa un’opinione diffusa in città e veicolata da una certa parte politica che lo cavalca per fini propagandistici. Ci pare scontato che, con un nosocomio nuovo a un tiro di schioppo da quello attuale, il Sant’Antonio Abate non abbia più ragione di esistere nella sua attuale funzione.

E la subalternità a Busto? Boh, stiamo parlando di sanità, non di valori economici e politici. Il futuro ospedale è sul confine tra i due centri, un’area baricentrica messa a disposizione dal comune bustocco per una causa collettiva: l’assistenza e la cura degli ammalati in un luogo che preveda eccellenze nelle diverse specialità. Quindi, un ospedale per acuti, funzionale, efficiente e moderno. Che si trovi dieci metri dentro il territorio di Busto rispetto a Gallarate, è un fatto che soltanto chi ragiona guardano al campanile può rammaricarsene. Ma forse è fermo al 1800.

Poi si può discutere, come si sta facendo anche con qualche ragione, sulla dislocazione di alcuni servizi sanitari primari, per altro previsti dalla Regione e dalla Asst in due case di comunità a Gallarate. Sufficienti, insufficienti a soddisfare la domanda? Ci risulta che la parola di Daniela Bianchi, direttore generale dell’Asst Valle Olona, non sia ancora il verbo: la politica, dato che i vertici delle aziende socio sanitarie territoriali sono tutte sue espressioni (che ci dice, nello specifico caso, Fratelli d’Italia?), si faccia valere in sede regionale se ritiene che le ipotesi presentate martedì sera in commissione a Gallarate non siano congrue.

Non c’è bisogno di chiedere le dimissioni del sindaco, come ha fatto il Partito democratico, né sono utili le contrapposizioni tra primi cittadini, come è accaduto tra Gallarate e Somma Lombardo per l’ospedale di comunità. Qual è l’approdo di simili scontri politico/amministrativi? Uno soltanto: l’accresciuto disorientamento della popolazione che, tra case di comunità e ospedali di comunità, sindaci che si accusano a vicenda e politica che bercia, rischia di non capire più nulla. Anzi, finisce per credere a chi, mestando nel torbido per aumentare il polverone, vuole farle credere di tutto e di più.

Il punto fermo è che il nuovo ospedale s’ha da fare. Non si scappa. Le lungaggini procedurali indotte dalla mostruosa burocrazia di certo non aiutano. E, nel frattempo, occorre garantire il mantenimento delle attuali prestazioni nei singoli ospedali di riferimento dell’Asst. Anche questa, un’impresa per tutto quel che sappiamo, a cominciare dalla mancanza di medici.

Dopo di che, il dibattito dovrebbe concentrarsi soprattutto sul futuro degli edifici ospedalieri che verranno dismessi. Che ne sarà di loro?  Arexpo, la società della Regione che sta disegnano il loro destino, non è ancora arrivata a una conclusione, sia per quanto riguarda Gallarate sia per quanto riguarda Busto Arsizio (a proposito, Busto s’è accorta che ha un problema urbanistico enorme da risolvere: non ne parla nessuno). Anche lì, in quelle aree che saranno dismesse, sta il nodo della questione. Con un grande punto interrogativo a cui rispondere: che ne facciamo?

Il resto è nelle mani dei manager della sanità, che, perlomeno sulla carta, dovrebbero saperne molto più di tutti noi. Al netto delle pressioni che potranno ricevere da coloro i quali, attorno all’intero, complicatissimo ed esposto discorso della riorganizzazione sanitaria del Basso Varesotto, cercheranno di mettervi mano per fini che potrebbero non essere soltanto di propaganda politica.

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