Piane Viscontee, «vogliamo il riconoscimento della Regione Lombardia»

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SUMIRAGO – «Non è un parco, ma uno strumento nella programmazione istituzionale regionale» e «uno strumento che può essere valorizzato con i contenuti di ognuno di noi»: nell’incontro pubblico di ieri, martedì 7 marzo, a Sumirago l’assessore all’Urbanistica Giuseppe Pasolini, il sindaco di Jerago con Orago Emilio Aliverti e Stefano Biondaro, consigliere comunale di Mornago e ideatore dell’ecomuseo delle Piane Viscontee non solo hanno illustrato i particolari del progetto ma anche aggiornato sul suo stato attuale, che dopo il finanziamento di 250mila euro giunto a luglio 2023 dalla Provincia di Varese li vede impegnati negli adempimenti per richiedere il suo riconoscimento ufficiale da parte di Regione Lombardia.

L’area tra il Parco del Campo dei Fiori e il Parco del Ticino

Pasolini ha ripercorso – tra i presenti il sindaco Yvonne Beccegato, il vicesindaco Mauro Croci e diversi consiglieri comunali – la storia del progetto, portato avanti da Biondaro dopo uno studio territoriale che tra il 2005 e il 2009 ha analizzato l’area priva di pianificazione ricompresa tra due parchi: a nord quello del Campo dei Fiori e a sud quello del Ticino. A Sumirago sono del 2020 e 2021 la delibera di giunta che ha approvato il relativo protocollo d’intesa e la sua firma, «un grosso serbatoio di valore territoriale, e una grossa opportunità per la cittadinanza»: l’obiettivo è la promozione dei luoghi non solo da un punto di vista ambientale ma anche storico e culturale.
Come ha sottolineato Aliverti, sindaco del Comune capofila, «non vogliamo creare vincoli, con complicazioni per le amministrazioni» che, oltre a Jerago con Orago e Sumirago sono Azzate, Brunello, Casale Litta, Crosio della Valle, Daverio, Galliate Lombardo e Mornago; il primo cittadino ha quindi provveduto a informare sull’utilizzo dei fondi arrivati dalla Provincia e sui requisti richiesti per il riconoscimento dalla Regione.

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Una rete di percorsi di 110 chilometri

«Innanzitutto sono stati realizzati centinaia e centinaia di fotografie e filmati per creare una ricca documentazione dei luoghi per il sito, una mappa in chiaro, dell’ecomuseo; in secondo luogo, in collaborazione con Naturecoop è stata tracciata e mappata una rete dei percorsi, con un anello di 40 chilometri, uno per ogni Comune e un totale di 110 chilometri, poi registrati negli archivi Cai; è stata apposta una cartellonistica, con una di benvenuto in ingresso, che a breve sarà integrata da dei totem nei punti strategici per marcare il territorio».
L’ecomuseo è un’istituzione ideata in Francia negli anni Settanta e diffusa a livello europeo: «Siamo pronti a richiedere il riconoscimento ufficiale di Regione Lombardia, ancora non ottenuto da nessuno in provincia di Varese», ha fatto sapere Aliverti dei documenti in preparazione. Tra i requisiti minimi ci sono «una cabina di regia costituita dai sindaci dei Comuni aderenti, un coordinatore – Biondaro – con ruolo tecnico che si muoverà tra la prima e un comitato scientifico di professionisti formato da Monica Miada, Valeria Bernocchi, Giuseppe Pasolini e Cristiano Brandolini».

«Un raccoglitore ad anelli dove continuare a inserire stimoli»

Biondaro, che ha sottolineato l’importanza del creare una mappa di comunità, ha richiamato l’attenzione con un paradosso proiettando nelle slide “Fontana” di Marcel Duchamp, orinatoio inserito in un museo: «Se l’oggetto è inserito in un contesto qualificato diventa a sua volta un’opera d’arte. Così l’ecomuseo ci qualifica rispetto ad altri luoghi e progetti: è un invito a partecipare in vari modi, che può costituire anche uno stimolo economico per le imprese».
Quanto fatto non vuole essere un’opera omnia ma «un raccoglitore ad anelli» dove continuare a inserire stimoli che riguardano sia i beni materiali (cose fisiche, edifici, architettura, flora, fauna) che immateriali (feste, tradizioni, cucina, l’educazione a una migliore frequentazione dei luoghi).
La prospettiva è di «un continuo coinvolgimento nell’appropriazione e valorizzazione del territorio», come ha puntualizzato l’architetto spiegando i significati racchiusi nel simbolo dell’ecomuseo: la merlata ghibellina, la “v” di Varese, il biscione visconteo, il castello di Jerago con Orago – ultimo presidio di Isabella Visconti che poi sposò a Montonate Francesco Bossi – e il Tricolore, poi trasfigurato nei totem che «indicheranno gli itinerari Cai: non quelli più brevi per raggiungere un punto ma per favorire la visita di un territorio».

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Riappropriarsi degli spazi

Come ha osservato Pasolini, «ci troviamo in un cammino in progressione: è importante che la cittadinanza se ne appropri, perché può contribuire alla crescita di questo intento. Anche perché difficilmente la pianificazione territoriale entra a rapportarsi agli aspetti culturali e storici». «Oltre ai bei luoghi purtroppo abbiamo anche un’altra “eccellenza”: quella del vandalismo, con il record di velocità», ha ricordato Aliverti, riferendosi ai cartelli che, non appena apposti, sono stati distrutti da mano ignota; similmente a Sumirago, dove però i responsabili sono stati individuati con la videosorveglianza. «Però non è che quei 250mila euro siano caduti dal cielo: dopo tanta fatica a coordinare otto sindaci, produrre 110 chilometri di percorso è stata un’altra impresa. C’è stato un po’ di scoramento, ma è prevalsa la voglia di rimediare e di fare; grazie all’accordo con Naturcoop, che prevede anche la loro sostituzione, sono stati rimessi a posto. Non vinceranno quanti decidono che il territorio è oggetto dei loro liberi sfoghi e farlo vivere, iniziando a riprenderci i nostri spazi, può essere un disincentivo».

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