Processi mediatici, a rischio la credibilità della giustizia

bottini processi televisivi

di Gian Franco Bottini

Le reti televisive vivono di audience (per la verità alcune anche di soldi pubblici) ed è facile verificare che tutte, nelle loro trasmissioni “da studio”, si inseguono e si emulano su tematiche che probabilmente ritengono possano attrarre l’attenzione del pubblico. Nacquero a suo tempo le trasmissioni di “politica spettacolo” e ogni rete costituì il suo team di conduttori e frequentatori più “urlatori” che politici. Poi fu la volta della “cucina”; cuochi, fino ad allora onesti facitori di risotti, divennero vedette televisive concupite dalle varie reti per animare le loro trasmissioni culinarie.

Oggi quello che “tira di più” è il “crimine” e le nuove vedette sono criminologi, avvocati, ex giudici o poliziotti, che nelle molte trasmissioni (ogni rete ne ha una o più) si sfidano a “chi la spara più grossa” per rendere più appetibile, rispetto alla concorrenza, delle specie di crime-fiction che però purtroppo fiction non sono.

Una cosa è certa, se queste trasmissioni proliferano significa che “vendono” bene, grazie al loro format più di racconto seriale che non di atto di giustizia. Confessiamo che anche chi scrive viene spesso intrigato dagli argomenti trattati, qualche volta ponendosi magari la domanda del perché l’essere umano è così naturalmente attratto da ciò che viola le regole sociali o morali. Qualcuno ha affermato:”per trovare risposte”.  Una spiegazione notevolmente criptica che noi interpretiamo volesse dire: come quando si cerca nel buio per trovare qualcosa di riconoscibile che ci assicuri, in un mondo percepito sempre più insicuro.

Ma stiamo ai fatti. La prima rivista settimanale edita nel dopoguerra si chiamava Crimen (i suoi contenuti sono evidenti) e una delle più longeve trasmissioni Rai (una quarantina d’anni) è Chi l’ha visto? (tutt’ora viva e vegeta). Come dire: nulla di nuovo sotto il cielo. Ci sarebbe solo da chiedersi il perché dell’esplosione di interesse verso il crimine, di questi ultimi anni, ma probabilmente la risposta la si trova nell’esplosione tecnologica che ha influito su tutta la nostra vita e in particolare ha consentito ai media di rendere “commerciabili” e spettacolarizzabili anche aree un tempo riservate ad una fredda cronaca giornalistica.

Oggi, gli spettatori televisivi di queste trasmissioni si sentono via via coinvolti in una specie di Giuria permanente, con l’illusione di poter partecipare ad una scelta decisionale e quindi autorizzati a schierarsi nella individuazione del “cattivo”.

Programmi sempre più di intrattenimento, più che di informazione o cronaca. E se fosse solo un gioco sarebbe molto interessante, ma purtroppo di gioco non si tratta e le verità hanno sempre più facce: forse è proprio per questo che il racconto delle più efferate situazioni sembra diventare una specie di di “caccia al ladro” anzi, più spesso, all’assassino.

In definitiva si può senz’altro dire che questo genere di trasmissioni alla gente piace anche se, alla stessa gente, qualche dubbio e perplessità sul “sistema giustizia” non si può dire che non lo creino. Innanzitutto, in questa nostra era digitale, tutte queste narrazioni televisive sono abbondantemente infarcite di registrazioni ambientali, registrazioni carcerarie, intercettazioni telefoniche, verbali di interrogatori e via di seguito; materiale in parte “frusto” (dopo anni di riciclo televisivo) o “farlocco” (alla ricerca del sensazionalismo) ma anche, a volte, molto sorprendentemente messo in pasto all’opinione pubblica che, nella sua ingenuità, ha sempre pensato trattarsi di materia coperta dalla riservatezza richiesta da indagini o giudizi in corso, dove indagati o imputati sono ancora da ritenersi “presunti”.

E’ curioso e preoccupante che politica e giustizia battibecchino aspramente sulla liceità e i limiti delle intercettazioni, quando poi tutto ciò che passa sui canali televisivi non può che originare da quelle parti.

Così come è preoccupante che negli studi televisivi si configuri in alcuni casi (es:nuovo Garlasco, Paganelli Rimini, Resinovich Trieste) una sorta di processo anticipato, con i legali delle parti, giudici (o ex), consulenti scientifici, testimoni e quant’altro (tutti desiderosi di sostituire i cuochi nella notorietà televisiva).  Volente o nolente ciò che passa in quelle sedi è destinato ad influenzare i processi reali, considerato che una’”opinione pubblica” così vasta ed invasiva, non può passare inosservata anche a una Corte.

E se il crimine, diventando fiction o show, rischia di normalizzare la violenza e purtroppo anche di banalizzare il dolore di persone coinvolte, ancor più rischia di creare danni difficilmente riparabili alla vita di chi, anche solo perché sfiorato da ipotesi sensazionalistiche, si vede coinvolto in situazioni risultate poi a lui totalmente estranee.

Se una volta si usava dire che ogni italiano era un potenziale allenatore di calcio, non vorremmo che di questo passo tra un po’ lo si dovesse dire rispetto ai giudici, perché a quel punto la già accentuata e diffusa diffidenza verso il “sistema giustizia” potrebbe trasformarsi in qualcosa di ben più pesante.

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