Saronno, parla Cazzaniga: «Non ho mai accelerato la morte di nessuno»

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BUSTO ARSIZIO – «Mi viene contestato il fatto di aver accelerato consapevolmente la morte di un paziente? Lo nego con fermezza. L’obiettivo è sempre stato quello di alleviare le sofferenze di un paziente. Come medico non tollero la sofferenza del paziente. Non voglio che il paziente debba soffrire. Smentisco in maniera assoluta l’intenzione di abbreviare la vita del paziente. I farmaci utilizzati producono certamente il rischio collaterale della morte, ma non c’è stata nessuna volontà da parte mia di accelerarla». Parola all’imputato. Oggi, 11 marzo, ha riferito in aula Leonardo Cazzaniga, l’ex vice primario del Pronto soccorso di Saronno accusato dell’omicidio volontario di 15 persone tra pazienti (12) e ambito familiare (3).

Parla Cazzaniga

Cazzaniga, davanti al presidente della Corte d’Assise di Busto Arsizio, Renata Peragallo, ha ribadito la propria posizione. Ha parlato di un trattamento un po’ curativo, un po’ palliativo. E quando il pm gli ha ricordato che in Pronto soccorso non sono previste cure palliative lui ha ribadito che  a prescindere dalle linee guida lui è un medico che di fronte a persone in immediato pericolo di vita doveva avere tempestivo giudizio. «Vedere un paziente soffrire per me non era tollerabile». Lo ha ribadito per tutti i casi di morte sospetta in corsia. La Procura di Busto li ha elencati uno dopo l’altro e per ciascuno Cazzaniga ha rigettato l’accusa di aver accelerato la morte. Ha ammesso il sovradosaggio dei farmaci giustificandone l’uso solo a scopo di lenirne le sofferenze. Sapeva che utilizzandoli in quel dosaggio il rischio del decesso sarebbe stato maggiore, ma «consapevolmente non ho mai voluto accelerare la morte di nessuno».

Il caso Oliva

Il primo caso discusso è stato quello del paziente Pietro Oliva, affetto da tumore polmonare metastasico, paziente terminale. «E’ stata usata – dice Cazzaniga – la morfina per lenire le sofferenze respiratorie del paziente. Un trattamento sia curativo che palliativo». Successivamente furono infusi 53 milligrammi di morfina, cinque volte superiore alla dose massima palliativa. «La manovra precedente – ha risposto – non era stata sufficiente: si passa da 6,6 mg a 53. È un dosaggio elevato ma l’obiettivo era alleviare la grave sofferenza. Perché ho usato Midazolam se il paziente era migliorato? Era staro fatto per mantenere il buon livello del respiro». I consulenti della Procura,  invece, ne avevano dato una valutazione contraria. «E’ una valutazione sbagliata nella misura in cui non si tiene conto della velocità di infusione. Tutto avveniva a velocità intermedia, o ridotta».

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