“Farmaci sovradosati hanno ucciso i pazienti”: i periti inchiodano Cazzaniga

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SARONNO – La somministrazione dei farmaci in sovradosaggio da parte del dottor Leonardo Cazzaniga, l’ex vice primario del pronto soccorso dell’ospedale di Saronno, a processo per omicidio volontario di 14 persone (11 in corsia e 3 in ambito familiare), sarebbe la causa diretta della morte dei pazienti. E’ questa una della conclusioni alle quali sono giunti i periti Fabrizio Bison, Luca Dutto e Bruno Barberis che in queste ore stanno riferendo in aula, davanti alla Corte d’Appello di Busto Arsizio, presieduta dal giudice Renata Peragallo, a proposito dell’inchiesta “Angeli e Demoni”.

“Poteva vivere ancora una settimana, è morto in un’ora”

I tre esperti hanno avuto modo di analizzare 97 cartelle cliniche dalle quali hanno estrapolato i casi di morte sospetta in corsia. Dal loro lavoro di consulenza è emerso che i decessi sarebbero stati causa diretta delle somministrazioni effettuate dal Cazzaniga: un mix di farmaci in sovradosaggio che secondo le loro conclusioni non avrebbero lasciato scampo ai pazienti, risultando letali. Malati giunti in ospedale in codice rosso, in condizioni molto gravi o terminali. Pazienti con aspettative di vita non molto lunghe, ma praticamente azzerate dalla cura Cazzaniga. Questo è quello che pensano i periti della Pubblica accusa.
E’ stato illustrato anche il caso di Angelo Lauria di Rovello Porro, morto a 69 anni il 9 aprile del 2013. Era affetto da un “carcinoma con plurime metastasi in massiva progressione”. I consulenti della Procura hanno stimato un’aspettativa di vita di una settimana, ma in realtà tutto si è consumato in poco più di un’ora. Era il 9 aprile del 2013: alle 9.45 era avvenuto il suo ingresso in ospedale e alle 10.52 il decesso. “Alle 10.10 – hanno spiegato i consulenti – Cazzaniga aveva confermato che si trattava di una situazione non emendabile a domicilio. Parlava di un’aspettativa di vita massima di una settimana. Erano state utilizzate due fiale di morfina da 20 milligrammi e in parallelo 200 milligrammi di propofol. Poi a seguire 60 milligrammi di midazolam”. Nel giro di una decina di minuti è avvenuto un peggioramento delle sue condizioni fino al decesso. “Il paziente – ha spiegato Dutto – era fortemente compromesso, ma non si trovava in immediato pericolo di vita. La somministrazione di midazolam aveva superato di 30 volte la somministrazione palliativa. Senza la somministrazione l’aspettativa di vita poteva essere ancora di qualche giorno fino a una settimana”.

“Il decesso è stato con probabilità conseguenza dei farmaci utilizzati”

Casi che si assomigliano parecchio, come quello di Virginia Moneta 91 anni di Saronno. “Cazzaniga – hanno riferito i consulenti – aveva somministrato farmaci sedativi in quantità nove volte superiore rispetto a una terapia di sedazione terminale. C’erano buone possibilità che la signora potesse sopravvivere per ulteriori due settimane. Non era una malata terminale. Era una paziente sulla quale si poteva investire una terapia curativa”. La donna morì per un’embolia polmonare. Oppure il caso di Federico Mascazzini morto il 14 gennaio del 2010. “Il peggioramento delle condizioni è compatibile con i farmaci somministrati. Il decesso è stato con probabilità conseguenza dei farmaci utilizzati”.

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