Parlamentari “responsabili” per Salvini premier

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La domanda è: quanto dura il governo gialloverde? La risposta la conosce Matteo Salvini, da cui, visto come procede il matrimonio “a contratto” con i pentastellati, dipende gran parte del futuro dell’esecutivo. Vero che il leader leghista va ripetendo che lui i contratti li onora fino in fondo, e che, soltanto per questo, non pensa affatto di far saltare la baracca; vero anche che i contrasti dentro e fuori l’esecutivo sono sotto gli occhi di tutti, non certo o non tanto perché ne danno conto giornali e tv, ma per fatti acclarati, dichiarazioni e smentite, schiaffoni e buffetti usati a beneficio mediatico e per inviare messaggi più o meno subliminali. I temi sono noti: migranti, Tav, reddito di cittadinanza, pensioni e via discorrendo. Questioni di sostanza, che il famoso contratto definisce in modo incompleto o nemmeno sfiora, che oggi prendono però il sopravvento e, appunto, fanno traballare il governo.

Cade o non cade? Salvini gode degli esiti dei sondaggi, a lui favorevoli. Potrebbe sfruttarne l’onda, rimettendo in discussione l’intesa. Ma senza mandare il Paese ad elezioni anticipate, spingendo comunque all’angolo gli alleati dei Cinque Stelle. I quali rischiano di perdere consensi soprattutto al Nord, dove certe questioni trovano sponda negativissima rispetto alle loro posizioni. La Tav, soprattutto, ma anche il reddito di cittadinanza così come concepito. “Cose che piacciano all’Italia che non ci piace” diceva qualche settimana fa Giancarlo Giorgetti, il numero due della Lega.

Per avere contezza dell’aria che tira, basta leggere l’ultimo intervento di Riccardo Comerio, presidente degli industriali del Varesotto: una bocciatura della linea economica e fiscale imposta da Roma. “Così non si risolvono i problemi del Paese”: detta da un esponente confindustriale (per definizione Confindustria è da sempre filogovernativa) è una frase che apre a precise, poco lusinghiere considerazioni.
E allora, che cosa potrebbe fare Salvini, alla luce delle imminenti elezioni europee e amministrative? Secondo alcuni analisti, i leghisti starebbero lavorando a un piano per porsi alla guida del governo. Un’operazione politica che prevede il trasloco di Matteo Salvini dal Viminale a Palazzo Chigi. Come? Rispolverando la vecchia coalizione di centrodestra con l’appoggio di un certo numero di parlamentari cosiddetti responsabili. Ne basterebbero una cinquantina a Montecitorio e meno di venti a Palazzo Madama. Insomma, una specie di rivoluzione che renderebbe più agevole concretizzare il programma leghista, in larga parte condiviso da Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Fantapolitica? Mica tanto in un contesto che pare non avere una bussola riconosciuta, dominata da un gran chiacchiericcio che esclude le certezze. C’è voluto un interminabile e faticoso braccio di ferro con l’Europa per varare la Legge di Bilancio, quando fin dall’inizio si sapeva o, quanto meno, si intuiva come sarebbe andata a finire. Un esempio, e nemmeno il più eclatante, del complicato, tormentato, ondivago cammino del governo gialloverde.

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