Un pensionato di Mantova ha lasciato in eredità un immobile del centro storico della sua città alla Lega di Matteo Salvini. Il 76enne, morto lo scorso anno, l’ha scritto nel testamento aperto nei giorni scorsi davanti a un notaio. Una buona notizia, se così possiamo dire, per il partito di via Bellerio, che ora si ritrova proprietario di un edificio a destinazione commerciale. Ma le buone notizie, almeno per il momento, finiscono qui. Il mancato Nobel per la pace a Donald Trump ha irritato il Capitano che, d’amblè, ha fatto depositare ai suoi una mozione alla Camera e in Senato per appoggiare la candidatura dell’inquilino della Casa Bianca al prestigioso premio per il 2026.
Iniziativa che segnala una visione internazionale rispetto, magari, a questioni locali, meno eclatanti ma capaci di mettere in fibrillazione chi, in Lombardia, al Nobel a Trump vorrebbe anteporre le elezioni regionali del 2028. Per le quali Salvini ha già fatto un passo di lato, se non all’indietro, offrendo indirettamente la presidenza della più importante regione del Paese agli alleati di Fratelli d’Italia, quando sarà il momento. Un do ut des con il Veneto: qui si vota tra un mese o poco più e la Lega ha preteso di confermare un suo candidato, Alberto Stefani, in sostituzione del “doge” Luca Zaia che non è più candidabile.
Avanti col Veneto, stop in Lombardia, terra leghista per eccellenza, da dove tutto è cominciato e dove, fino a prova contraria, si avverte più che altrove il declino del movimento che fu secessionista, poi federalista, poi autonomista, poi non si sa bene più che cosa. Per dirla in un altro modo, ad Attilio Fontana e a Roberto Maroni, che aveva preceduto Fontana al vertice di Palazzo Lombardia, potrebbe succedere un meloniano. Lo chiederebbero i nuovi equilibri elettorali (FdI al 30 per cento o giù di lì), lo vuole Matteo Salvini per “salvare” il Veneto, altra area a forte vocazione leghista.
E la Lombardia? Massimiliano Romeo, capogruppo a Palazzo Madama e segretario della Lega Lombarda, tuona: “Non è una questioni di voti, ma di radici”. Una dichiarazione che esplicita tutte le perplessità sullo “scambio” con il Veneto a danno di Milano e della sua regione. Poi ancora: “Quando arriverà il 2028 sceglieremo insieme il candidato migliore, ma sarà un candidato della Lega”. Soltanto un auspicio o una sottointesa dichiarazione di guerra a Fratelli d’Italia che, a loro volta, di possibili candidati per la presidenza della Lombardia ne hanno più di uno?
La determinazione di Romeo la dice lunga sulla condivisione della linea politica nazionale di Salvini. Lui, come Fontana e Zaia del resto, come lo stesso Giorgetti anche se in modo meno plateale, chiede un ritorno al passato, con uno sguardo preciso sul Nord, sulla questione settentrionale ora finita all’angolo. Con il prioritario recupero del progetto politico dell’autonomia differenziata che, dopo una iniziale fiammata a livello governativo, sembra del tutto accantonato. Senza dimenticare la sempre incombente e ingombrante presenza (minaccia elettorale) di Roberto Vannacci.
Il malcontento e il disagio covano da parecchio tempo tra i colonnelli e i militanti lombardi, ma faticano ad esprimersi con azioni concrete contro il segretario federale. “Salvini non si tocca” è la parola d’ordine, nonostante tutto. Del resto, il Capitano cerca in qualche modo di minimizzare le situazioni. Dopo la sottoscrizione dell’intesa con gli alleati di centrodestra per le regionali (a proposito, domenica e lunedì si vota in Toscana) ha avuto modo di dire: “Il candidato presidente della Lombardia non è legato al Veneto. Sarà annunciato al momento opportuno, riconoscendo il diritto di individuare il candidato presidente, da scegliere con la coalizione, al partito con il più recente maggior peso elettorale in Lombardia precedente le elezioni”. Prima del 2028 ci sono le politiche tra due anni e non è detto che Fontana decida, per sua sponte o perché indotto dalle circostanze esterne, a dimettersi in anticipo, in modo che nel 2027 si vada al voto anche per Palazzo Lombardia. In quel caso, la casacca del possibile successore di Fontana ha già un marchio inequivocabile. Così che Alberto da Giussano possa riporre nel fodero la mitica spada sguainata. Per non indirizzarla altrove in Lombardia.
