Parlare dell’elezione del presidente della Repubblica per non parlare d’altro? Domanda lecita a due anni e mezzo dalla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, a fronte della mole di questioni, internazionali e nazionali, che agitano il governo e il contesto politico italiano. Eppure, il tema è all’ordine del giorno per le recenti dichiarazioni in proposito di Giorgia Meloni, che pone l’accento sulla necessità di scegliere un capo dello Stato che abbia radici nel centrodestra. Sottolineatura legittima, se non fosse che forse non è ancora il momento, per il sospetto che la presa di posizione della premier nasconda il desiderio di un’autocandidatura e, comunque, sia quel che sia, il primo rappresentante istituzionale della Repubblica dovrebbe garantire altre caratteristiche oltre all’ appartenenza di chi lo esprime.
Ma tant’è, i media danno giustamente spazio alla vicenda che riguarda il futuro inquilino del Colle. E fanno i nomi dei possibili papabili. Tra questi c’è sempre in prima fila Giancarlo Giorgetti, il leghista di “buon senso”, come l’ha definito l’altro giorno Attilio Fontana, sollecitato in proposito da un’agenzia di stampa. Lo stesso “buon senso” che, esattamente un anno fa, gli ha riconosciuto Paolo Mieli, autorevole firma del Corriere della Sera, che, tra i primi, ipotizzò la sua candidatura per il Quirinale. “E’ il profilo giusto”.
Tanta roba per il laghèe di Cazzago Brabbia, ministro dell’Economia apprezzato dalle cancellerie di mezza Europa, e non solo. Già nel 2013, l’allora presidente Napolitano lo nominò nel gruppo dei “dieci saggi” col compito di superare lo stallo politico post-elettorale e definire un’agenda condivisa per le riforme economiche e istituzionali. Mario Draghi, non proprio l’ultimo degli economisti, lo tiene da sempre in grande considerazione.
Ora il suo nome torna alla ribalta. La cosa non può passare sotto silenzio, soprattutto nel Varesotto, la sua terra. Qui, Giorgetti sembra non pensare affatto alla prestigiosa promozione, seppure virtuale, che lo riguarda. Non capita a molti di essere inserito nel ristretto gruppo degli eventuali successori di un presidente della Repubblica, perlomeno non ci risulta sia mai capitato a qualcuno della nostra provincia, se non di striscio, quasi per celia, come successe all’editorialista Mauro della Porta Raffo durante una delle votazioni per la nomina del capo dello Stato.
E lui, Giorgetti, cosa pensa? Come suo costume non proferisce parola, se non per schernirsi. A chi gliene chiede conto, sorride come per dire: “Ma va là, lascia perdere”. Abile nel dribblare le insidie, in questo caso “quirinalizie”, come nell’affrontare le pressanti problematiche identitarie della sua Lega. Uscito di scena Umberto Bossi, il padre nobile adesso è lui. Tant’è che sta ai margini delle diatribe interne, quasi a chiamarsi fuori da una bega di potere ai vertici che rischia di essere esiziale per il futuro del partito.
Nel frattempo si occupa dei destini del Varese Calcio, squadra a cui è da sempre affezionato; presenzia a tutte le feste leghiste, che ancora si organizzano in zona: mise poco istituzionale, pantaloncini corti e t shirt sgualcita; prende parte a tavole rotonde sul futuro economico e sociale di Varese e della sua provincia; da ministro del Mef cerca di rintuzzare gli attacchi economici dei cugini elvetici ai frontalieri; si preoccupa del candidato sindaco del capoluogo (“Avanti Emanuele Monti”) sparigliando le carte. Insomma, si dà un gran daffare in sede locale, come mai era capitato in passato. L’obiettivo? Probabilmente recuperare credibilità alla Lega in deficit di consensi anche nella terra d’origine. Per poi mimetizzarsi davanti ai giornalisti che lo incalzano: fa loro capire che il Colle risulta lontano per uno che, nato e vissuto in riva al lago, è sì abituato a remare, ma per raggiungere la riva, dove piantare ben saldi i piedi per terra.
