SOMMA LOMBARDO – «E’ ancora tempo di pace». E’ un appello alla fratellanza tra i popoli quello rivolto oggi dal sindaco di Somma Lombardo Stefano Bellaria durante le celebrazioni del 4 novembre, una ricorrenza che cade mentre il conflitto in Israele e Palestina è sempre più cruento e la fine delle ostilità tra Russia e Ucraina appare ancora molto lontana.
Nella frazione di Maddalena, nei giorni scorsi è tornato sano e salvo Elia, un bambino di 5 anni che durante l’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre si trovava con la mamma e il fratellino di pochi mesi in visita ai nonni, in un paese a meno di 70 chilometri da Gaza. La sua storia è stata resa nota dal primo cittadino duranti i discorsi ufficiali.
Il ripudio alla guerra
Nella Città dei Tre Leoni il 105esimo anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, è stato l’occasione per per commemorare i caduti e «per non dimenticare, affinché il ricordo ci guidi per lavorare per la pace». Non a caso il sindaco ha voluto che sulle locandine fosse trascritto in evidenza l’articolo 11 della Costituzione, quello che sancisce il ripudio alla guerra «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Il corteo, con la la partecipazione del Corpo Musicale “La Cittadina”, ha attraversato le frazioni di Mezzana, Coarezza, Maddalena e Case Nuove, prima di ritrovarsi nel cortile del Palazzo comunale insieme alle autorità civili e religiose e ai rappresentanti delle istituzioni Scolastiche e delle associazioni d’Arma. Terminata la messa in basilica, è stata deposta la corona al monumento dei Caduti in piazza Scipione.
Il discorso del sindaco
Di seguito il discorso integrale del sindaco di Somma Lombardo Stefano Bellaria:
Le immagini drammatiche che in questi giorni giungono da Israele e dalla Palestina sono un pugno nello stomaco.
Bimbi trucidati, giovani massacrati, ambulanze ed ospedali violati, case rase al suolo, paesi distrutti…
E odio e paura e rabbia negli occhi di persone, da qualunque parte stiano, in preda a disperazione.
Nei giorni scorsi il nostro Consigliere Comunale Enzo Calandra mi ha raccontato una storia, quella di Elia, piccolo bimbo di 5 anni residente a Maddalena, i cui genitori sono di origine israeliana.
E’ rientrato in Italia, dopo alterne peripezie, pochi giorni fa.
Durante l’attacco di Hamas dello scorso 7 ottobre, si trovava con la mamma ed il fratellino di pochi mesi in visita ai nonni, in un paese a meno di 70 chilometri da Gaza.
Quando, dopo l’arrivo all’aeroporto della Malpensa, è salito sull’auto di Enzo ha esclamato: “Qui non si sentono le sirene e il rumore degli allarmi, ma siamo al sicuro?”
Sono parole che colpiscono diritte allo stomaco.
Simile impressione, identica paura, potrebbero raccontare i bimbi che vivono al di là della tristemente famosa “striscia”.
La prima vittima delle guerre è l’innocenza, la seconda è la Speranza.
Come ricostruire fiducia e rispetto reciproci, sentimenti necessari anche solo ad immaginare un percorso di Pace?
Il rischio di assuefarsi, in breve tempo a queste situazioni è alto, così come sta accadendo per la guerra in Ucraina, e pensare che il conflitto armato sia inevitabile, che solo il sangue ed il fuoco e non il diritto, possano regolare i rapporti tra stati e Popoli.
Eppure, anche in tempi in cui sembrava impossibile anche solo parlarne, uomini e donne lungimiranti hanno osato sognare, pensare, progettare, praticare un percorso di Pace in Medio Oriente.
Penso, tra i tanti, ad Anwar Sadat o Ytzahk Rabin, che hanno pagato con la vita, tra l’altro per mano di loro concittadini, l’aver operato per gli accordi di Camp David e di Oslo.
Due uomini d’arme, uno colonnello, l’altro generale, che hanno saputo cambiare paradigma e capire che la prosperità dei propri popoli si costruiva con altri mezzi e soprattutto dialogando con quelli che erano, da sempre, considerati gli acerrimi nemici.
Hanno siglato accordi coraggiosi in cui si riconosceva il diritto ed il dovere degli altri popoli di organizzarsi e di vivere in pace nelle loro terre.
Le loro biografie, come quelle dei ragazzi, i caduti di tutte le guerre, che oggi ricordiamo con affetto, rispetto e riconoscenza, andrebbero lette, narrate, studiate.
Ci insegnerebbero come (ce lo ripete ogni volta che può Papa Francesco) “La Guerra è sempre una sconfitta” e che la strada della diplomazia è sempre preferibile e praticabile.
Lo gridò, inascoltato, anche Papa Benedetto XV che definì la prima guerra mondiale “L’inutile strage” e tentò con ogni mezzo a sua disposizione di costruire canali di discussione tra gli stati europei belligeranti.
Ma quello che conduce alla Pace è un percorso che è chiesto anche a noi di promuovere e percorrere, perché, come ci ricorda una famosa canzone di Francesco De Gregori: “La Storia siamo noi, nessuno si senta escluso”.
Lo possiamo fare senza negare torti o ragioni, lavorando per comprendere le differenti necessità, per riconoscere dignità a pensieri differenti, per approfondire la conoscenza dei fenomeni globali e locali.
La conoscenza è infatti il primo passo di chi vuole risolvere. E allora che Storia vogliamo scrivere?
Che Parole e che gesti decidiamo di usare?
Vogliamo comprendere o preferiamo giudicare? Desideriamo costruire ponti o edificare muri?Decidiamo di curare o preferiamo ferire?
Ha ragione Ungaretti, in momenti come questo è davvero il nostro cuore il paese più straziato.
Ma solo da lì, da una “conversione del cuore”, come accaduto, inaspettatamente a Anwar Sadat e Ytzhak Rabin, può scaturire, un sentimento di vera rinascita.
Buona Festa dell’Unità Nazionale a Tutti.
