VARESE – «La dea Minerva era una figura già presente quando lavoravo a Bloom, il mio progetto alternative rock, in cui l’avevo presentata in versione noir. Dopo tutti i viaggi che mi ero fatta con questo personaggio, mi dispiaceva lasciarla lì». Così ieri, giovedì 15 ottobre, Giusy Ferreri, ospite del festiva di Varese Nord In Giallo, ha raccontato come è nato il romanzo d’esordio con cui – nelle parole del conduttore Emiliano Bezzon – ha compiuto «un salto fuori dalla comfort zone». L’incontro in Sala Veratti è stato introdotto dall’assessore alla Cultura Enzo Laforgia: «Questo luogo offre già sollecitazioni al bello; noi crediamo negli eventi di questo genere perché, soprattutto nel caso del giallo, sono sintonizzati sul tempo presente e aiutano a capire quello che succede intorno a noi».
Mitologia e provincia amplificata
«Scrivo dall’età di sedici-diciassette anni: avevo già provato in passato, ma le bozze per un libro erano rimaste nel cassetto. Poi ho avuto la fortuna di incontrare Lorenzo Laporta che ha intuito questo mio grande desiderio, e da lì è arrivato l’incontro con l’editore Solferino». Il romanzo “Le voci interrotte – La prima indagine di Minerva”, ricco di riferimenti alla mitologia, è ambientato nel Pavese e in particolare nell’area al confine con il Piemonte, «i posti dove sono cresciuta, tra risaie, personaggi bizzarri e fabbriche come quella di fiammiferi o lo stabilimento del Campari a Cassolnovo, vicino a dove abito. Zone di una provincia che mostro per quello che è e che viene amplificata; l’atmosfera è macabra ma fa anche sorridere. Il fiume di cui parlo, che potrebbe essere il Ticino, è stato chiamato Oblivio, il fiume della dimenticanza. Il suo parco è diventato il Parco di Pan e il personaggio avversario si chiama Aracne, che già sfidò Minerva nella mitologia».
Il dono
«Protagoniste di questo giallo sono soprattutto le voci – ha ricordato Bezzon – e chi poteva scriverne, se non una voce in maiuscolo e in grassetto come Giusy?». Come ha risposto la cantante, «ancora oggi nella musica ci sono voci che sento e mi fanno vibrare. Nel libro ho parlato della voce e del talento artistico, che è un dono. Cito anche James Hillman: dalla nascita ciascuno di noi cerca di svelare il suo talento. Pensiamo di attrarre ed essere attratti da situazioni che ci diano opportunità di crescere – e rinascere – nell’ambito che stiamo cercando».
Una questione di verità e autenticità
Inevitabile parlare dell’intelligenza artificiale e dei rischi di un suo uso senza moderazione: «Con il libro ho voluto sollevare un confronto, tra me e le altre generazioni, e una riflessione, che riguarda anche mia figlia: ora ha nove anni ma già ragiona da adolescente, e vive nel modo molto veloce, e fugace, della sua generazione, cioè quello della visione di un post o un reel in Rete. Mi chiedo quanto riescano a incanalare, e come, quando a noi piaceva invece l’idea di entrare in una biblioteca e fare ricerche.
Ora si è arrivati al punto di riuscire a far cantare una voce che non ha mai cantato: sorge quindi una questione di verità e autenticità, per quanto anche lì, comunque, comporre non sia così semplice. Mi fa un po’ paura come tutti questi dati, tutta questa conoscenza, vengano concessi e trattenuti. Siamo cresciuti avendo un bagaglio culturale formato da tutte le nostre passioni che, se vengono mischiate, possono uscire all’esterno e così darti orgoglio nell’ambito della creatività. Però per l’AI il punto di riferimento è un altro, che non ha cuore né sentimento».
La musica incontra il mistero: a Varese Giusy Ferreri con il suo primo giallo
