Roma salvò i Nirvana: a Travedona Kurt Cobain raccontato da Daniela Giombini

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Dario Calfapietra, Daniela Giombini, Filippon D’Angelo e Gianluca Crugnola

TRAVEDONA MONATE – «Scordatevi il piano sequenza: questo vuole essere un documentario punk. Fate finta che siate a un concerto, il volume sarà a livello grunge». Così Dario Calfapietra, autore di “Disfunzioni Musicali” ha presentato ieri, sabato 24 maggio, al Sant’Amanzio di Travedona, la proiezione di “Rome as you are”, documentario sui primi concerti italiani, nel 1989 e nel 1991 dei Nirvana: in sala c’era la protagonista Daniela Giombini, all’epoca tour manager della band di Seattle e oggi coautrice della fanzine Tribal Cabaret che, dialogando con il regista Filippo D’Angelo e lo scrittore Gianluca Crugnola ha ripercorso il momento in cui Kurt Cobain e compagni cambiarono il corso della musica a livello mondiale. Tra il pubblico di musicisti, rocker e appassionati che ha affollato il cinema, con diverse persone in piedi ad assistere al filmato, c’erano il sindaco Angelo Fiombo, il vicesindaco Stefano Baranzini, il fotografo Ezio Riboni, Marco del Musical Box di Besozzo e i 3io Gino.

Crisi al Piper

Il documentario ha ritratto Giombini, a fine anni Ottanta unica donna in Italia a essere booking agent e tour manager, a ripercorrere insieme a Bruce Pavitt, fondatore dell’etichetta Sub Pop, i luoghi cruciali di quelle date dopo essersi rincontrati nella capitale a più di trent’anni di distanza. Un’epoca in cui, come hanno descritto gli interventi di “addetti ai lavori”, giornalisti quali Federico Guglielmi e Giancarlo De Chirico, per fame di musica e curiosità si poteva contare sempre su uno «zoccolo duro» di cento persone per ogni concerto.
I Nirvana arrivarono a Roma dopo un tour estenuante di sei settimane in giro per l’Europa in pulmino con i Tad. Una pressione che portò Cobain a un crollo nervoso: al Piper, dopo un’improvvisa sparizione di circa mezz’ora, si arrampicò sulla colonna degli amplificatori cercando di rompere la sfera stroboscopica sospesa sul locale. Interrogato poi sui motivi di questo comportamento disse: «L’ho fatto perché nel pubblico vedevo solo le facce di quelli che mi picchiavano a scuola».

La «chioccia» Sub Pop

Per Giombini Cobain, a differenza di altri artisti che si è trovata a gestire, «era una persona dall’animo puro e gentile», e dotato di una sensibilità fuori dal comune che gli ha permesso di comunicare ai giovani di ieri come a quelli di oggi. «Ma forse non era tagliato per il successo. Non era interessato ai soldi; se per caso avesse scelto un’altra attività oggi di certo sarebbe ancora vivo. E nella fase finale della sua vita non aveva più amici, era ormai irraggiungibile per tutti eccetto i suoi parassiti». In tutto questo la Sub Pop si comportò, finché le fu possibile, da “madre chioccia”: per esempio gli comprò una chitarra nuova – dopo che aveva distrutto sul palco la precedente – da Bandiera, storico negozio romano di strumenti. Un ruolo chiaramente non rivestito dalle grandi case discografiche, incentrate solo su una logica di profitto e in cui «prima di poter parlare con l’artista bisogna avere a che fare con una serie infinita di intermediari. Per me il bello era invece andare a prendere la band, stringersi la mano e parlare».

Appuntamento con Courtney

In tutto questo fu cruciale la Città Eterna: in un momento in cui i Nirvana si potevano dire “praticamente sciolti”, la pausa vissuta da Kurt passeggiando per le sue vie, fuori dai ritmi imposti dal tour, fu una boccata di ossigeno e gli permise di recuperare le energie e aprirsi più alla speranza, continuando gli spettacoli fino alla serata a Londra insieme a Mudhoney e Tad che fu punto di svolta per la musica grunge, espressione coniata nel 1987 da Pavitt per la recensione di “Dry as a bone” dei Green River. Un innamoramento per la capitale che evidentemente restò dentro all’autore dell’inno generazionale “Smells like teen spirit”, perché – ne è convinta Giombini – non solo nel 1994 la privilegiò rispetto ad altre città di cui aveva cancellato le date ma la scelse anche come luogo di appuntamento per stringere nuovamente i rapporti con la moglie Courtney Love. Con lei, racconta “Rome as you are”, già ai tempi di “Nevermind” intratteneva lunghe telefonate che superavano le 100mila lire all’ora registrate dai contascatti degli alberghi. Ma qualcosa non funzionò, portando al suo primo tentativo di suicidio, “da cui non ci fu mai un pieno recupero e che lo minò nel corpo e nella mente”.

“Nevermind” e le band della Generazione X

“Rome as you are” ripercorre anche l’incredibile cambiamento generato dal disco “Nevermind” come fenomeno sia musicale che sociale: al loro ritorno nel 1991 i Nirvana trovarono il Teatro Castello, una sala da 600 posti, «pieno di 700 persone e con un migliaio fuori che cercarono inutilmente di entrare». Una musica – ben ricordata dall’esibizione dei Drop D che al Sant’Amanzio hanno eseguito “Come as you are”, “All apologies” e altri classici grunge – capace negli anni Novanta di cambiare lo scenario discografico a livello mondiale, lasciando intravedere alle major il potenziale economico delle etichette indipendenti, create dal lavoro di appassionati. Un muro abbattuto prima dai R.E.M. e poi dalla band di Seattle, come il giornalista Fabio Avaro e Francesco Brezzi, fondatore della Ghost Records, hanno spiegato ieri pomeriggio alla Ubik di Varese presentando “All’ombra dei Nirvana”, libro su 101 band della Generazione X che, pur avendo tutte le carte in regola non sono riuscite a eguagliare il successo di Kurt Cobain e compagni.

Fabio Avaro e Francesco Brezzi alla Ubik di Varese

A Travedona il documentario sui Nirvana a Roma: in sala la tour manager Giombini

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