Luciano Lista, candidato sindaco di Fratelli d’Italia sonoramente sconfitto alle amministrative di Castellanza, dà la colpa della sua débacle a Andrea Cassani, segretario provinciale della Lega. L’accusa è di aver sostenuto un altro candidato e, quindi, di aver diviso il centrodestra, spingendolo al disastro elettorale. La scelta di Cassani, che ha negato il simbolo salviniano alla squadra di Lista e dei Fratelli, ha motivazioni più o meno note: vecchie ruggini tra i due, inaffidabilità (secondo Cassani) dello stesso Lista sul piano politico, scarso appeal dei castellanzesi nei confronti di un personaggio ritenuto inadeguato per gestire il Comune. Per dirla in un altro modo, un florilegio di questioni che hanno convinto a rompere il tradizionale schieramento a destra, contribuendo a spostare i consensi su Cristina Borroni, eletta prima cittadina a Palazzo Brambilla.
Borroni avrebbe probabilmente fatto bingo anche se la Lega fosse stata al fianco di Lista. Forse Cassani lo aveva intuito e, per non tradire se stesso, ha mandato a quel paese l’alleanza. Un’intransigenza che, al netto della coerenza di pensiero e di azione, pone oggi Andrea Cassani al centro del sistema politico della provincia di Varese. Segretario leghista, di indiscussa fede salviniana, e sindaco di Gallarate per il secondo mandato, non deroga ai suoi principi. Li difende anche contro l’evidenza, come nel caso del Remigration Summit, raduno dell’ultradestra europea tenuto due settimana fa proprio a Gallarate su concessione dell’amministrazione comunale e, per essa, dello stesso primo cittadino. Pronto a replicare punto su punto alle pesanti critiche che gli sono piovute anche da destra per aver ospitato un simile, inquietante incontro, dove il problema dell’immigrazione (che rimane un enorme problema) è stato risolto con la parola “deportazione”.
Per dirla in un altro modo, Cassani è uno di quei politici della nuova generazione leghista “tutti d’un pezzo”, che non si spezzano, figurarsi se si piegano. Non abbiamo contezza di suoi commenti sull’irruzione nel partito di Roberto Vannacci, ma scommettiamo che ne apprezzi certi eccessi. Un po’ gli somiglia, quando alza il dito medio a chi contesta il taglio di un bosco per fare posto a una scuola, o quando replica a muso duro alle opposizioni che sfracassano gli zebedei sulla realizzazione dell’ospedale unico tra Gallarate e Busto Arsizio. Ma non è soltanto una questione tecnica: Andrea Cassani vede rosso, nel senso che a sentir parlare di comunisti o dei loro derivati (Pd) gli viene l’orticaria. Non a caso si scaglia contro le ambiguità di Forza Italia che, nell’amministrazione della Provincia, è al fianco del Partito democratico. E in questo caso, sulla via della chiarezza e della coerenza, è difficile dargli torto.
Qui viene il bello del nostro discorso: il rapporto con gli alleati. La Lega ha cambiato pelle, guarda a destra/destra oltre Giorgia Meloni, alza l’asticella e l’abbassa a proprio piacimento e convenienza. Nella capitale la coalizione tiene per una serie di ragioni. Ma in periferia? A Varese e nella sua provincia? Cassani, abbiamo detto, non è uomo di mediazioni, nemmeno dentro al partito: o con me o contro di me. E’ intollerante, al limite dell’antipatia, verso chi gli pone ostacoli politici e operativi. I primi bersagli, manco a dirlo, siamo noi giornalisti: infatti parla ai cittadini attraverso i social, di cui è un assiduo frequentatore. Punta alla pancia della gente, la colpisce con l’insicurezza sociale addebitandola in toto agli stranieri. In un certo senso, ha chiaro come va il mondo, e fa di necessità virtù. Il nodo vero è però un altro: dove va la Lega, in debito di consensi anche sul territorio, tra partiti separati in casa e finti amici mai dimentichi degli sgarbi subiti. Andrea Cassani ha la responsabilità diretta di “salvare il salvabile” in provincia di Varese. Una pesante, complicata sfida. Se la vince gli si spianerà di sicuro la strada per Roma.
