Un museo di tutti, non soltanto della politica

museo maga cultura
Il Maga di Gallarate

C’è ancora in giro qualcuno, anzi, più di uno, pronto a sostenere che con la cultura non si mangia. Non è vero, ma supposto che lo sia, la cultura stimola l’appetito alla politica. Lo dimostrano le ultime vicende per la nomina del presidente del Maga, il museo di Gallarate considerato, a ragione, il presidio culturale più importante del Varesotto e dell’Alto Milanese. Se non bastassero gli ultimi tira e molla dei partiti di centrodestra, a conferma di quanto abbiamo appena affermato c’è la storia stessa del Maga e dei suoi vertici nel tempo. Non stiamo scoprendo l’acqua calda: tutti i musei del Belpaese sono oggetto di interesse da parte della politica, che vi mette le mani al pari di altri enti e centri di pertinenza pubblica con lo scopo di definirne gli indirizzi e, spesso, per piazzare qualche intellettuale, artista, manager culturale schierato, quanto bisognoso di trovare un’occupazione, possibilmente remunerata.

Non intendiamo generalizzare, ma più o meno è sempre andata così. Questa volta, però, la scelta di Andrea Cassani, sindaco gallaratese, di affidare la presidenza del Maga al notaio Mario Lainati è in controtendenza: Lainati è un professionista perbene e di riconosciuto prestigio, fuori dai giochi e dalle lotte della politica politicante e vanta solide esperienze nel campo culturale anche per aver presieduto la Fondazione che, alcuni anni fa, fu chiamata a gestire il settore della cultura a Gallarate; Fondazione costituita dalla giunta di centrodestra poi smantellata con l’avvento di un esecutivo di centrosinistra. Appunto, la politica. Che a un certo punto pensò addirittura di chiudere il museo “perché troppo costoso”. Una bestialità amministrativa che, per fortuna, non è stata concretizzata.

Forza Italia era predominante all’inizio, quando i berlusconiani andavano forte e riuscirono, loro per primi, a realizzare il museo. Altri tempi e altre possibilità finanziarie. Svanite, a dire del successivo esecutivo di segno opposto, per nulla incline a sostenere l’onere culturale del Maga (vittima fra l’altro di un violento incendio), anzi, con l’idea strisciante di farne un magazzino. Stesso progetto della Lega salviniana che, comunque, ci ripensò e corse ai ripari trasferendo in alcuni spazi della struttura la biblioteca civica, rendendola maggiormente fruibile.

Forza Italia, Partito democratico, Lega coi rispettivi presidenti del Maga, nominati a seconda delle appartenenze e della vicinanza a chi comandava in Comune. Fino ai nostri giorni. Uscito di scena Angelo Crespi per un incarico di maggior prestigio (è ora a capo della Pinacoteca di Brera), si è aperta la corsa alla sua sostituzione. Con Fratelli d’Italia ad anticipare le danze, forzando la mano sulla spinta di Regione Lombardia e la compiacenza di alcune testate giornalistiche che, già parecchie settimane fa, hanno indicato nome e cognome del nuovo, preteso, gradito presidente. Sbagliato: Cassani non ne sapeva nulla e, alla fine, si è rivolto a Lainati, mettendo all’angolo i meloniani.

Fin qui la cronaca. E i commenti? La politica fa la propria parte, non sempre con cognizione di causa. Spesso si muove maldestramente, sempre con l’obiettivo di conquistare posti di comando. Disinteressata ad altri obiettivi. Uno su tutti: la messa in rete di un museo come il Maga, che non è soltanto di Gallarate, né, tanto meno, dei partiti. E’di tutta la provincia. Per questo meriterebbe ben altra attenzione rispetto all’occupazione di una poltrona. Nessuno pare si sia accorto di quanto è accaduto a Bergamo e Brescia, un anno fa unite come capitale della cultura, esempio subito passato nel dimenticatoio, probabilmente mai preso in considerazione dai sindaci e dalle giunte delle nostre città: Varese, Busto, Gallarate fanno da sole, ognuna per sé. Da capire, sotto alcuni aspetti, un po’ meno quando gli sforzi diventano una competizione a chi è più efficiente e funzionale nel proporre eventi, tra gelosie e malignità. In spregio alla possibilità che un museo come il Maga, con la sua storia e il suo patrimonio artistico, possa aprirsi all’intero territorio diventandone il segno distintivo, cancellando così l’anacronistico dominio del campanile. Ma questa al momento è pura utopia.

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