di Giorgio Cappellini
LEGNANO – La prevenzione prostatica è un tema medico da non sottovalutare per la componente maschile. Di questo si è parlato con il dottor Annibale Raimoldi medico specializzato in Urologia e Andrologia, laureato all’Università degli Studi di Milano nel 1977, membro della Società Italiana di Urologia dal 1978 e della Società Italiana di Andrologia dal 1989 e autore o coautore di 21 pubblicazioni scientifiche.
Dottor Raimoldi, quali sono gli interventi più comuni per le patologie della prostata ingrossata?
«Gli interventi più comuni per la patologia della prostata ingrossata (ipertrofia prostatica benigna) ,che servono a risolvere i problemi urinari causati dal suo aumento di volume, sono di tre tipi: l’intervento tradizionale si chiama TURP, viene eseguito in anestesia generale, o in anestesia loco-regionale, il medico entra nel pene attraverso l’uretra giungendo fino alla vescica con uno strumento endoscopico rimuovendo, con una apposita ansa elettrica, soltanto la parte interna della prostata che ostruisce il passaggio dell’urina, mentre la parte esterna viene lasciata al suo posto. L’obiettivo è quindi “svuotare” la parte centrale della prostata per facilitare l’uscita dell’urina, utilizzando strumenti endoscopici e senza effettuare tagli esterni. Nei casi in cui la prostata sia molto voluminosa, si ricorre a un intervento chiamato adenomectomia trans-vescicale. In questo caso viene eseguito un taglio nell’addome per raggiungere la vescica, che viene aperta per rimuovere la parte ingrossata della prostata. Infine esiste la possibilità di asportare, la parte interna della prostata sempre per via endoscopica utilizzando i raggi laser che possono essere di tre tipi: laser Olmio (metodica HOLEP), laser Tullio (metodica TULEP), laser Luce Verde. Queste metodiche consentono un miglior controllo delle perdite ematiche durante l’intervento. Sia le metodiche endoscopiche sia quella transvescicale hanno lo scopo di normalizzare la minzione, in breve un processo fisiologico di espulsione dell’urina dalla vescica attraverso l’uretra, risolvendo i sintomi urinari».
Quali sono invece gli interventi per il tumore alla prostata?
«Per il tumore alla prostata, l’intervento principale è la prostatectomia radicale, cioè la rimozione completa della prostata. Questo intervento può essere eseguito in diversi modi: con chirurgia tradizionale “aperta” (con un taglio sull’addome); in laparoscopia, cioè tecnica chirurgica mini-invasiva che permette di operare all’interno dell’addome e della pelvi attraverso piccole incisioni, oppure in laparoscopica robot-assistita, che è una variante della tecnica laparoscopica effettuata con l’ausilio di un robot chirurgico. Le tecniche laparoscopiche, con e senza assistenza robotica, permettono un recupero più rapido e riducono il sanguinamento».
Questi interventi in quali casi vengono consigliati?
«Gli interventi per la prostata ingrossata sono consigliati quando: il paziente ha difficoltà importanti a urinare, il flusso urinario è molto debole, la vescica non si svuota bene, ci sono frequenti infezioni urinarie con possibile comparsa di sangue e i farmaci somministrati non funzionano più. Per il tumore alla prostata, gli interventi vengono indicati quando il tumore è perlopiù localizzato nella prostata e può essere curato rimuovendola. In questi casi si può eseguire la prostatectomia radicale oppure la radioterapia, in cui la prostata viene lasciata in sede».
Quali sono gli effetti collaterali?
«Per gli interventi eseguiti per trattare la prostata ingrossata, il principale effetto collaterale è la perdita della normale eiaculazione. In realtà lo sperma non scompare: si verifica la cosiddetta eiaculazione retrograda, cioè il liquido seminale va all’interno della vescica invece di essere espulso all’esterno. Un altro possibile, ma più raro, effetto collaterale è l’incontinenza urinaria. Per ovviare al problema dell’eiaculazione retrograda, attualmente vengono proposti alcuni interventi mini-invasivi endoscopici basati sull’utilizzo del vapore (metodo REZUM), di acqua ad alta pressione (metodo AQUABEAM) o di dispositivi protesici ad azione dilatante sull’uretra prostatica (ad esempio UroLift). Sempre Nell’ambito degli interventi mini-invasivi, va inoltre considerata la Radiologia Interventistica. Per quanto riguarda il tumore alla prostata, in cui l’intervento principale è la prostatectomia radicale, l’eiaculazione viene eliminata perché vengono sezionati e chiusi dotti deferenti, cioè i canali che trasportano gli spermatozoi dai testicoli verso l’esterno. Altri effetti collaterali possibili sono l’incontinenza urinaria e l’impotenza erettile. Questi ultimi, appaiono essere meno frequenti utilizzando le tecniche laparoscopiche, in particolare la tecnica robotica».
Parlando della Radiologia Interventistica, quali tecniche sono state sviluppate per operare la prostata in modo non invasivo?
«In questo caso esiste una metodica chiamata embolizzazione delle arterie prostatiche, in cui si agisce bloccando, con materiale embolizzante introdotto attraverso i vasi arteriosi, le principali arterie che vanno ad alimentare la prostata, che da qui in avanti verrà alimentata solo da piccole arterie collaterali già esistenti o di successiva formazione. Di conseguenza, mancando gran parte del nutrimento fornito dal sangue arterioso, progressivamente la prostata si riduce di volume. Questo intervento viene eseguito nei casi di adenoma prostatico, in situazioni in cui il paziente non può supportare un’anestesia loco-ragionale o generale per problemi cardiologici o respiratori. Infatti richiede un’anestesia locale nella sede in cui viene inserito il catetere arterioso che consente l’embolizzazione. Tale intervento può essere indicato in soggetti che vogliano mantenere l’eiaculazione».
Quali fattori possono compromettere la salute della prostata?
«Le infiammazioni e le infezioni della prostata possono comparire già durante l’adolescenza e possono presentarsi a qualsiasi età. Le infezioni prostatiche ripetute nel tempo possono aumentare il rischio di sviluppare un tumore alla prostata. Per prevenire questi problemi si consigliano alcune abitudini sane: usare il preservativo nei rapporti occasionali o con partner non abituali, per evitare malattie sessualmente trasmissibili che possono causare prostatiti e infiammazioni delle vie urinarie, limitare il consumo di alcolici, seguire un’alimentazione equilibrata come la dieta mediterranea, fare attività fisica regolare. Anche stare troppo tempo seduti può favorire infiammazioni prostatiche. Per esempio, chi guida per molte ore al giorno, come autisti di camion, autobus o auto, può avere un rischio maggiore a causa della stasi della circolazione nella zona pelvica».
In conclusione, quali sono i controlli più affidabili per prevenire potenziali malattie o tumori alla prostata?
«Attualmente il controllo più affidabile è quello del valore del PSA plasmatico ricavato da un normale prelievo di sangue. I controlli alla prostata sono consigliati almeno una volta all’anno. Chi ha familiari stretti che hanno avuto un tumore alla prostata dovrebbe iniziare i controlli dai 45 anni. Chi invece non ha casi in famiglia dovrebbe iniziarli dai 50 anni. Come detto, l’esame di base è il dosaggio del PSA, un valore che serve a capire se c’è un problema alla prostata. Però il PSA non indica necessariamente un tumore: può aumentare anche per un’infiammazione o per una prostata ingrossata benignamente. Se il PSA è alto si fanno altri esami per capirne la causa. Grazie ai controlli precoci spesso si riesce a evitare interventi immediati. Infatti oggi si è meno aggressivi rispetto al passato: non tutti i tumori alla prostata vengono operati subito. In alcuni casi, quando il tumore è piccolo e di tipo poco aggressivo, si sceglie la sorveglianza attiva: il paziente viene controllato a scadenze prefissate, si eseguono periodicamente PSA e si interviene con chirurgia o radioterapia solo se il tumore peggiora e mostra segnali di progressione».
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