Libro “Noi partigiani”, Lerner a Varese: «Deja vu del fascismo, la legge non esiti»

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VARESE – Oltre cinquecento interviste e una corsa contro il tempo per raccogliere le testimonianze della Resistenza dalle voci dei suoi stessi protagonisti. Come ha spiegato in Sala Montanari ieri, lunedì 25 ottobre, il giornalista Gad Lerner, curatore con Laura Gnocchi di “Noi partigiani”, il libro è solo una delle diramazioni del progetto “in divenire” del Memoriale della Resistenza italiana, che è stato presentato insieme a Ester de Tomasi, presidente dell’Anpi provinciale, Robertino Ghiringhelli, storico e docente dell’Università Cattolica di Milano e Leonardo Visco Gilardi, presidente della sezione milanese di Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti). Ad accompagnare con chitarra e violino Stefano Tosi e Niccolò Minonzio, che nel finale hanno eseguito “Bella Ciao”.

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Il 25 aprile non è un derby

L’obiettivo del museo digitale è raccontare la scelta di campo che uomini e donne fecero nel periodo tra il settembre del 1943 e la primavera del 1945: «Non potevo credere che non esistesse niente del genere», si è rivolta Gnocchi al pubblico, nel quale erano presenti Rocco Cordì, presidente di Anpi Varese, e Giovanni Bloisi, il ciclista della memoria. «Abbiamo allora deciso di provarci seriamente, per realizzare qualcosa che restasse. E l’abbiamo fatto in un momento, reso politicamente molto caldo da un ministro dell’Interno armato di felpe, elmetti e divise varie, in cui si è tentato di equiparare le due parti del conflitto, riducendo a un derby la ricorrenza del 25 aprile: ma ce n’era solo una giusta, quella dei partigiani». Il lavoro svolto non è stato da storici – molti intervistati hanno un’età che va dai novanta ai centrotrè anni, non si poteva pretendere la precisione – ma si è concentrato sul comunicare la forza emotiva delle loro testimonianze.

«L’uomo che vuole ritornare uomo»

«Oltre che per la bravura degli autori nel mettere a loro agio le persone al momento delle domande, l’iniziativa è importante – ha rilevato Ghiringhelli, che ha ricordato i fatti dell’Ottobre di Sangue Varesino – per un altro aspetto: mostra come le loro scelte siano maturate, più che all’interno di un’ideologia o di un partito, all’interno dell’animo umano.
La Resistenza fu molto di più dei numeri che Palmiro Togliatti registrò da ministro: fu incarnata anche dai giovani che sfuggivano all’arruolamento, da quanti aiutavano i partigiani o da chi diceva alla Guardia Nazionale Repubblicana di non conoscerli. La dimostrazione furono i voti dati nel giugno 1946 per eleggere i membri dell’Assemblea Costituente. La Resistenza è l’uomo che vuole ritornare uomo: il sesto senso dei partigiani è stato seguire la luce della ragione».

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Lanciare un avvertimento

«La visione della Resistenza è molto più ampia di quella che viene ricordata», ha ribadito Gilardi, ripercorrendo la storia del comitato clandestino interno al campo di concentramento di Bolzano, in cui donne come Ada Buffulini e Laura Conti ebbero un ruolo determinante. «Un suo volto furono anche i deportati politici: si opposero al regime e ai soprusi, consapevoli che avrebbero pagato pesantemente per le loro scelte. L’attualità delle testimonianze dei partigiani spicca proprio ora, quando fascisti e sovranisti alzano la testa, cercando spazi per attaccare quei margini di democrazia che sono stati conquistati dopo la guerra».
Come ha osservato Lerner, nella grande varietà degli intervistati sono emersi due dati comuni: «Innanzitutto una grande modestia: tanti sono stati i “non ho fatto niente” o i “potevo fare di più”. L’altro è stato il loro bisogno di lanciare un avvertimento su certi fenomeni contemporanei, come lo sdoganare un linguaggio razzista o il culto dell’uomo forte: per loro erano un già visto, un deja vu».

La marcia su Roma e l’attacco alla sede della Cgil

Novantanove anni dopo la marcia su Roma negli Stati Uniti è stato possibile marciare sul Campidoglio, «incitati da un caporione che non voleva lasciare la Casa Bianca nonostante il risultato delle elezioni». Senza dimenticare il Brasile di Bolsonaro, ciò che è successo in Ungheria, Turchia e Bielorussia, fino all’inconcepibile attacco alla sede della Cgil nella capitale.
«Qui a Varese c’è da tempo l’organizzazione neonazista dei Do.Ra., e il vostro Savoini sulla scrivania teneva le foto di Hitler. Si tentano operazioni denigratorie e menzognere, come il trasformare le parole dell’ex partigiano Claudio Pavone – sul fatto che la Resistenza fosse stata anche una guerra civile – in un pari e patta; ma i nazifascisti praticavano in modo sistematico torture, deportazioni e rappresaglie sulla popolazione civile. Oppure dicendo che, trattandosi di un’esperienza minoritaria, l’esistenza della Resistenza sarebbe stata superflua, visto che gli angloamericani avrebbero vinto comunque». Ma proprio alla stazione di Varese furono accolti Ferruccio Parri e Leo Valiani per andare a incontrare a Lugano Allen Dulles e John McCaffery, responsabili dei servizi segreti di Stati Uniti e Regno Unito, e organizzare la lotta partigiana.

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Nessun compromesso

Gli agenti non volevano problemi, chiesero di limitarsi a fornire informazioni, operazioni di intelligence, supporto logistico e sabotaggio. Ma Parri replicò: “Noi vogliamo fare una guerra di popolo: l’Italia ha bisogno di una partecipazione popolare alla sua liberazione”. «Senza non ci sarebbero state la repubblica, la Costituzione o il voto alle donne; con la sola vittoria degli Alleati tutto avrebbe avuto certamente un volto diverso. Ora siamo anche assuefatti a una presenza fascista rivendicata. Quando la crisi morde, quando ci si deve confrontare con un fenomeno complesso come l’immigrazione, quando il disagio ti porta a pensare “di chi è la colpa?”, la risposta è sempre quella della nazione contro lo straniero, la base del fascismo in tutte le sue declinazioni».
Non bisogna esitare nell’applicare la legge: «Fare diversamente è una prova di debolezza pericolosissima. Nè si devono accettare compromessi, anche nei confronti del criptofascismo che ancora si annida in Fratelli d’Italia e Lega. Dopo la sparatoria di Macerata nel 2018 sembrava di avere un popolo ormai incattivito ma, come si è visto poi, non tutta Italia la pensava così. Quello che mi piace dell’Anpi è che, se non transigi su valori e principi, alla fine hai delle soddisfazioni. Come quella che è arrivata a Varese: dopo tante visite di Salvini, e benedizioni di Giorgetti, la Lega è rimasta all’opposizione».

Varese dà il benvenuto a Rocco Cordì: è lui il nuovo presidente di Anpi

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