VARESE – «Marco Manfrinati ha sempre salvato Lavinia Limido». Lo hanno testimoniato ieri, venerdì 11 luglio, davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Varese dove si celebra il processo per l’omicidio di Fabio Limido e il tentato omicidio di Lavinia Limido, rispettivamente ex suocero ed ex moglie dell’imputato Manfrinati, aggrediti a coltellate in via Menotti a Varese il 6 maggio 2024, sia lo psicologo che ebbe in cura l’ex avvocato 42enne di Busto Arsizio dal luglio 2022, sia la professionista chiamata a stendere la consulenza tecnica d’ufficio nel merito della causa per l’affidamento e il diritto di visita di Manfrinati al figlio minore della coppia.
La madre di suo figlio
Lo psicologo che sentì il 42enne poco prima dei fatti di sangue di quel 6 maggio ha spiegato «di essere rimasto molto sorpreso. Poco prima mi disse di aver scritto una lettera alla ex moglie. Una lettera che avremmo letto nel corso della seduta successiva. Disse di essere triste ma – ha aggiunto il professionista incalzato dalla Pm Maria Claudia Contini – al momento dell’aggressione era compensato dai farmaci che stava assumendo e dalla terapia. Nel corso delle sedute Manfrinati si era espresso in più occasioni in termini negativi nei confronti dell’ex suocera Marta Criscuolo, l’ex suocero non lo ha mai considerato, non ne ha mai parlato, mentre ha sempre salvato Lavinia Limido in quanto madre di suo figlio».
Il figlio conteso
Manfrinati non ha mai nascosto l’opinione negativa, a tratti accusatoria, nei confronti dell’ex suocera insultandola a più riprese, definendola la manipolatrice della figlia, ingerente nella vita coniugale della coppia, pensando che la donna volesse per sé il nipote quasi in sostituzione «del figlio maschio che non aveva avuto». Manfrinati aveva denunciato la famiglia Limido per sottrazione di minore, non poter vedere il bambino era il suo unico dolore – lo ha detto lui stesso. Da lì veniva la rabbia «diceva di essere vittima di un’ingiustizia e suo figlio con lui».
Voleva colpire tutta la famiglia
L’ex moglie di Manfrinati aveva paura. I primi 10 secondi del video dell’omicidio visionato in aula ieri mostrano Lavinia che esce dall’ufficio, vede il marito che, dopo averla attesa, scende dall’auto. Manfrinati in quell’istante non ha ancora il coltello in mano, Lavinia non sa che è armato eppure la donna nell’istante stesso in cui lo riconosce si gira e inizia a scappare finendo addirittura con l’inciampare. «Lavinia aveva paura di Manfrinati e con lei ne aveva tutta la famiglia Limido – spiega l’avvocato di parte civile Fabio Ambrosetti ricordando che il 42enne un mese fa circa è stato condannato in primo grado a 4 anni e 5 mesi proprio per atti persecutori nei confronti dei Limido – Manfrinati non ha mai nascosto ciò che provava per Marta Criscuolo ma voleva colpire tutta la famiglia. In via Menotti sapeva che non avrebbe trovato Marta ma Lavinia e Fabio Limido. Ed è lì che è andato armato di un coltello».
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