Processo Berizzi-Do.Ra, Limido: «Nessuna offesa, era satira. Lui non volle confronto»

Nella foto Alessandro Limido

VARESE – «Non era un’offesa, era satira. Faceva ridere, non era offensivo o minaccioso». Si può riassumere così la linea difensiva di Alessandro Limido, presidente della Comunità Militante dei Dodici Raggi, gruppo nazifascista con sede ad Azzate, imputato per diffamazione nel processo che vede il giornalista di Repubblica Paolo Berizzi parte civile.

“Nessuna offesa, era satira”

Oggi, lunedì 27 aprile, proprio Limido ha reso esame davanti al giudice del tribunale di Varese Davide Alvigini, sottolineando a più riprese come con quel “processo in piazza” a Berizzi, messo in scena il 18 marzo 2022 ad Azzate, dove il giornalista presentava un suo libro. Nell’occasione il giornalista di Repubblica, che è sotto scorta, rifiutò un confronto con i Do.Ra.; di lì «l’idea improvvisata di portare quel confronto in piazza», con Berizzi rappresentato da un cartonato con parrucca da pagliaccio e Limido protagonista di un monologo. Sempre nell’alveo della «satira» Limido colloca l’episodio in cui Berizzi fu definito «pupazzo» dai Do.Ra. con uno striscione, producendo in aula anche alcuni volantini che ritraevano l’ex sindaco di Azzate Gianmario Bernasconi in veste caricaturale. L’avvocato di Limido, Gabriele Bordoni, sempre percorrendo la medesima linea difensiva, ha citato una sentenza della Corte di Cassazione in cui il direttore del Secolo d’Italia, all’epoca del fatto Francesco Storace, venne assolto dall’accusa di diffamazione proprio nei confronti di Berizzi, rappresentato imbavagliato e con sullo sfondo la bandiera delle Brigate Rosse con rimando ad Aldo Moro.

“Su di noi 13 anni di falsità”

Lo stesso imputato oggi, che ha chiarito come i Do.Ra. «non siano un gruppo di destra, noi siamo fascisti e lo abbiamo sempre rivendicato», ha spiegato anche il perché di quel “processo in piazza” di quattro anni fa. «È dal 2013 che Berizzi perseguita me e i miei camerati scrivendo falsità su di noi e spacciando per scoop e inchieste cose che vede sui nostri canali social, che segue regolarmente», ha detto Limido, che ha aggiunto: «Fu il direttore del quotidiano La Prealpina, Silvestro Pascarella, a proporsi come moderatore di un confronto tra noi e Berizzi. Un confronto che fu Berizzi a rifiutare dicendo che con i fascisti si era smesso di parlare nel 1945. Ma noi qualche domanda da fargli l’avevamo e abbiamo organizzato quel confronto-monologo all’ultimo minuto». Limido ha anche precisato che Berizzi «non ha mai avuto nulla da temere da noi. Non lo abbiamo mai minacciato e di certo non abbiamo avuto intenzione di aggredirlo. Lo striscione affisso quel giorno con scritto: “Berizzi, ti aspettiamo?” voleva essere un modo per cercare di spronarlo ad accettare un confronto aperto con noi, per chiarire tutto ciò che di falso ha scritto su di noi negli anni».

Pascarella assente giustificato

Il nodo del mancato confronto, in realtà, avrebbe dovuto essere sciolto oggi. Il nome di Pascarella compariva tra i testi citati proprio dalla difesa di Limido. Il direttore era assente giustificato: «Mi ha avvisato dell’impossibilità di essere presente oggi per l’accavallamento con precedenti impegni», ha spiegato l’avvocato Bordoni. Ma la parte civile ha tirato dritto: «Su cosa accadde quel giorno è inutile affidarsi a testimonianze riportate, chiamiamo direttamente Pascarella», ha detto il legale. E il giudice ha concordato: il direttore de La Prealpina è stato quindi ricitato per il prossimo 6 novembre, quando è attesa anche la sentenza.

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