VARESE – Marco Manfrinati non si è mai pentito per le proprie azioni ma se possibile le ha rivendicate con forza, sminuendole e negando addirittura di aver commesso atti persecutori nei confronti dell’ex moglie Lavinia Limido, dell’ex suocera Marta Criscuolo e dell’ex suocero Fabio Limidio. Con queste motivazioni il giudice del Tribunale di Varese Luciano Luccarelli lo scorso 26 maggio lo ha condannato a 4 anni 5 mesi e 20 giorni, con l’accusa di aver stalkerizzato l’intera famiglia Limido.
Le motivazioni
Il giudice, proprio per queste ragioni, pur riconoscendo delle attenuanti generiche, le considera subalterne alle aggravanti. Sostanzialmente Marco Manfrinati, che proprio durante il processo aveva detto che in realtà lui non voleva in alcun modo perseguitare la famiglia Limido, voleva solo vedere suo figlio – ma in realtà ciò che è emerso dal processo ha rivelato un quadro diverso da quello descritto dall’imputato – ha sostenuto di aver agito proprio perché non riuscendo a vedere il figlio controllava i movimenti dei familiari che lui accusa di avergli sottratto il minore. In realtà per il giudice non merita alcuno sconto di pena proprio per l’atteggiamento.
Giovedì si torna in aula
Gli atti persecutori secondo quanto stabilito della sentenza di primo grado ci sono stati e Manfrinati non sono non li ha mai negati, ma mai nemmeno riconosciuti. Lui stesso durante il dibattimento aveva detto che chiunque si frapponesse tra lui e il figlio si sentiva legittimato a considerare come un obiettivo militare legittimo, quindi da abbattere. Manfrinati giovedì 11 settembre tornerà in aula davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Varese dove risponde del tentato omicidio dell’ex moglie Lavinia Limido, arrivato dopo gli atti persecutori e dell’omicidio dell’ex suocero Fabio Limido consumatosi il 6 maggio del 2024 a Varese.
Omicidio Casbeno, «Tutta la famiglia Limido nel mirino di Manfrinati»
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