Venditti e la violenza del politicamente corretto

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Il "caso Venditti" durante un concerto a Barletta: gli insulti social

di Andrea Minchella

Non sono uno che vive molto sui social. Scrollo ogni tanto di cinema e di costume. Non scrivo né leggo commenti. Quasi mai. Quando però vengo a sapere di fatti simili a quello che è avvenuto a Barletta durante un concerto di Antonello Venditti (che avrebbe adottato un comportamento poco gentile e denigratorio nei confronti di una fan subito individuata come portatrice di “handicap”) mi assale una pericolosa e ossessiva curiosità di andare sul profilo del malcapitato di turno e di scandagliare le inevitabili e numerose attestazioni di odio che vengono pubblicate senza un filtro né un minimo di selezione di buon senso.

Come immaginavo i commenti al fatto di Barletta polarizzano la mia attenzione. Centinaia di insulti verso il cantante romano che, in sintesi, lo definiscono come uomo di m…a, fallito, vecchio di m…a, cantante da quattro soldi, ecc., ecc. Nulla di nuovo qualcuno potrebbe asserire. Che di insulto ferisce di insulto perisce. Ma non è questo l’unico effetto perverso. Leggo tra i vari commenti molti, e molte, che affermano di essere genitori o conoscenti di persone disabili che non lesinano gli insulti o le ingiurie come se il problema presunto che vivono quotidianamente (mi devo fidare di quello che scrivono nel commento) desse loro l’immunità a dire qualsiasi cosa pubblicamente.

Conosco diverse realtà in cui vivono disabili di ogni tipo. L’ultima cosa che ho percepito in queste realtà è la violenza repressa pronta ad esplodere dei genitori o di chi vive continuamente accanto a queste persone. Il mondo della disabilità è complesso e spesso marginalizzato ma fatto di persone sensibili che sanno benissimo che la società moderna fatica ad integrare loro e i ragazzi che vivono quel disagio. Ho sempre avvertito un senso di umiltà al di sopra di ogni aspettativa. Chi segue casi di disabilità ha una corazza enorme che non viene certo scalfita da una frase sbagliata detta da un cantante (non famoso certo per la sua dolcezza) sul palco durante un concerto. Eppure l’onda gigantesca di fango lessicale che si è creata nella rete sembra contenere anche le opinioni di chi di disabilità se ne intende o chi con il disagio ci convive ogni giorno.

Non metto in dubbio chi dice “sono mamma di un disabile”, o “sono papà di un ragazzo autistico”, ma provo un certo imbarazzo se penso che la leggerezza di Antonello Venditti possa diventare detonatore di una campagna di odio tanto trasversale quanto violentemente offensiva. In nome di un presunto torto subito si instaura una guerra violenta che tende ad annientare, anche solo virtualmente, un essere vivente che può sbagliare ma che non può chiedere scusa. Perché, infatti, anche se il cantante romano ha subito diffuso un messaggio in cui chiedeva scusa per la brutta figura che poteva aver fatto sul palco, questo non solo non è servito ma, anzi, ha alimentato ancora di più l’onda d’odio nei suoi confronti.

Sono solo poche migliaia le attestazioni di odio nei confronti del cantante romano che, come tanti artisti non giovanissimi, faticano a comprendere fino in fondo la natura diabolica della comunicazione virtuale contemporanea, veloce e “democratica”, che sui social può mettere a rischio una carriera nel giro di poche ore. Poche migliaia di messaggi violenti che, però, diventano un inquietante ritratto di una frustrazione collettiva in grado di distruggere qualsiasi cosa in nome di una fantomatica e prepotente “democrazia etica e morale”. Tutti possono esprimere la loro opinione, anche se conoscono parzialmente il fatto su cui si esprimono, non conoscono chi è il protagonista della vicenda e chi avrebbe subito un torto. Non importa, l’urgenza di ogni cittadino digitale è poter esprimere sempre e comunque un’opinione. Ci si illude, in questo modo, di vivere in una democrazia virtuale in cui tutti hanno la possibilità di esprimere la propria idea.

Ma non è così. Pare più una di quelle guerre, violente e massive, fatta con lo scopo di restituire giustizia e pace ad una terra o ad un popolo. È una contraddizione che giustifica ogni azione non tenendo conto né di chi ha commesso una più o meno grave leggerezza né, tantomeno, di chi quel torto lo avrebbe subito. Perché anche dopo la dichiarazione del padre della ragazza protagonista della vicenda di Barletta, in cui archiviava definitivamente l’incidente accettando le scuse di Venditti, la sequela di messaggi offensivi e quasi intimidatori contro il cantante romano non è diminuita né tantomeno conclusa.

Forse tra qualche giorno, come succede anche per fatti estremamente più gravi, ci si sarà dimenticati sia dell’incidente di Barletta sia, forse più grave, del reale problema della disabilità ad essere veramente accettata ed integrata nella nostra società. Tutto lo sdegno per aver “strattonato” una povera ragazza indifesa e disabile si trasformerà in una nuova forza violentemente deflagrante per un nuovo malcapitato che, senza rendersene conto, compirà una leggerezza e verrà travolto dal popolo digitale che, come avveniva nell’antica Roma, con un pollice abbassato decreterà la fine di quell’ individuo. Per ora solo “virtualmente”.

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