di Andrea Minchella
VISTO
ADAGIO, di Stefano Sollima (Italia 2023, 127 min.).
Nelle viscere di Roma. Nelle fogne del mondo. Nella melma dell’anima. Sollima chiude il trittico su Roma con un’opera difforme, sommessa e repellente. Il ritmo della storia, ossessivamente lento, la fotografia della pellicola, nera e umida, e le note dei Subsonica, striscianti e sospese, si trasformano in un contenitore stretto e angusto in cui i protagonisti della vicenda si muovono come vermi venendo a loro volta fagocitati da una città che non prova pietà più per nessuno.
Stefano Sollima, dopo la fortunata parentesi americana, torna a Roma per raccontare una metropoli spietata e oscura, in cui le storie di tre vecchi criminali si intrecciano di nuovo dando vita alla struttura portante di “Adagio”, il cui sotto titolo potrebbe essere “Tutto in una Notte”.
Il regista richiama il gigantesco Pierfrancesco Favino e lo trasforma in un verme urbano le cui sembianze trafiggono ogni tentativo di riconoscere l’attore romano. Malato di cancro, “Cammello”, così si chiama il criminale che sconta i suoi ultimi giorni di vita in uno squallido appartamento di una periferia irriconoscibile, porta sul suo corpo tutti i segni distintivi di una vita fatta di crimini ed eccessi che lasciano più cicatrici di un tremendo incidente. Sollima con Favino compie una sorta di miracolo perché lo trasforma nella rappresentazione umana di una città, Roma, dilaniata dal crimine, dall’incuria e dall’indifferenza. Provare ribrezzo per “Cammello” è come avere disgusto per una città che rimane comunque la più bella nei nostri cuori, ma che diventa in realtà sempre più angusta e infida con il tempo che passa.
Sollima filma Roma dall’alto, prendendo spunto dalla grammatica cinematografica statunitense, per restituircela come una grande massa di strade in cui milioni di persone si muovono per cercare di emanciparsi dalla voragine sociale e morale che sembra essersi impossessata della città eterna. Se con “ACAB” e con “Suburra” Roma riusciva ancora a mostrare, anche parzialmente, le sue bellezze, qui Roma diventa una scenografia sorda e cieca in cui vicende di enorme miseria umana si sviluppano asfissiando ogni loro protagonista. L’atmosfera, non sempre perfettamente ricostruita, è priva di qualsiasi tentativo di redenzione. Non esiste riscatto per i protagonisti di” Adagio” ma solo una condanna di passare il resto della propria vita in un nuovo girone Dantesco fatto apposta per quegli abitanti di Roma che non si piegano alla legge, né quella umana né quella divina. Il regista romano disintegra definitivamente i limiti tra il bene il male, tra il bello e il brutto, tra il lecito e l’illecito. Spazza via ogni perimetro per poter meglio muoversi con una cinepresa grondante dello stesso unto che ricopre completamente il corpo di uno spaventoso Favino.
Forse la pellicola presenta alcuni limiti, se pensiamo alla freschezza di filmare il disagio contemporaneo di alcuni giovani artisti come i fratelli D’Innocenzo, dovuti alla bulimia poetica di un regista che cerca di rimanere, film dopo film, sempre sullo stesso filo narrativo. La lentezza quasi propedeutica al tipo di narrazione con cui costruisce l’intero progetto sbava, in certi punti, a favore di un rallentamento eccessivo dello sviluppo della storia. Ma il complesso del racconto rimane ben saldo alla prospettiva molto originale ed essenziale del regista di” Suburra”.
Forse la scelta del cast snatura in parte la potenza intrinseca della storia stessa. Oltre a Favino, Mastandrea e Servillo appesantiscono troppo la naturalezza realistica che Sollima vuole raggiungere. La storia di Sollima è la storia di molti. Le facce della vicenda, se troppo connotate, rischiano di depotenziare l’intento iconografico del regista. Bravo anche Adriano Giannini che riesce perfettamente a racchiudere nel suo volto il bene e il male, la follia e la paura.
Comunque da vedere per capire che solo le scelte individuali possono migliorare o peggiorare il mondo in cui, sempre con più fatica, abitiamo.
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RIVISTO
ACAB- All Cops Are Bastards, di Stefano Sollima (Italia- Francia 2012, 112 min.).
Non la Polizia, ma la Polizia di Roma. Il tentativo di far rispettare la legge in una città che sembra aver smarrito il senso del bene e del male.
Un ritratto disarmante e poetico di uomini che cercano di ristabilire un equilibrio in un mondo sempre più violento e disumano. Regia sopraffina per un’esperienza drammaturgica di altissimo livello. Ancora attuale e moderno. Da rivedere.
