VISTO&RIVISTO Oltre Bardem, il (quasi) nulla cosmico

visto rivisto cape fear

di Andrea Minchella

VISTO

CAPE FEAR, di Nick Antosca (Stati Uniti 2026, 6 x 49-55 min., Apple Tv).

La corazzata Apple insieme a due giganti come Martin Scorsese e Steven Spielberg rimaneggiano un classico del cinema. Talmente classico che nel 1962 uscì la prima inquietante e hitchcockiana versione, con un Robert Mitchum in grado di terrorizzare anche i più scettici, e quasi trent’anni dopo lo stesso Scorsese realizzò un vero incubo a tratti ancestrale grazie ad un Robert De Niro diabolico e completamente tatuato che nulla aveva da invidiare al folle Travis Bickle del leggendario “Taxi Driver”. “Cape Fear”, tratto dal romanzo raccapricciante di John D. MacDonald, è un concentrato di ingiustizia (presunta), vendetta, orgoglio e violenza che grazie ai due film del passato hanno terrorizzato, in epoche diverse, milioni di spettatori in tutto il mondo.

Oggi, a distanza di quasi quarant’anni dal capolavoro di Scorsese, Apple punta tutto su un giovane autore, Nick Antosca, che sviluppa e contestualizza al mondo contemporaneo una vicenda cruda e asfissiante in cui il corpo del cattivo, di nuovo, diventa narrativa snervante e drammaturgia sfocata in grado di restituirci la vendetta più cieca come unico antidoto all’ingiustizia ricevuta. Ma il risultato, seppur l’intento è nobile e la produzione vanta cifre altissime, si sfibra a favore di una stagnazione narrativa che depotenzia un prodotto le cui aspettative erano molto alte.

Anche in questo caso il fulcro degli eventi viene individuato nella corporalità, come avvenne per De Niro, del cattivo. Il corpo segnato dalle ferite di un carcere ingiusto e da tatuaggi che decifrano un passato oscuro diventa linguaggio essenziale e mitologico di una vendetta istintiva, quasi animale, che amalgama tutti gli eventi della storia. Il tentativo da parte degli avvocati Bowden di contrastare la furia di Max Cady si sgretola davanti alla furia cieca di colui che crede di aver perduto tutto per colpa di chi, oggi, vive una vita agiata dentro lo schema più borghese che l’America può fornire.

La serie “Cape Fear” si poggia completamente sulla bravura “sovraumana” di Javier Bardem che incarna perfettamente l’ambiguo e misterioso Max Cady dopo una detenzione ingiusta. Cady decide di fare visita alla sua “avvocata”, a differenza dei due lavori precedenti in cui l’avvocato era un uomo, Anna Bowden, una poco centrata Amy Adams, che intanto si è sposata con il procuratore Tom Bowden, un insignificante Patrick Wilson. Proprio durante il processo che vedeva Cady accusato di omicidio della moglie incinta la sua “avvocata” Anna gli aveva consigliato di patteggiare, aveva lasciato l’incarico e si era fidanzata con il procuratore che accusava Cady, Tom Bowden appunto. La pena inflitta a Cady non tenne conto del patteggiamento e così il carcere per lui si aprì per sempre. Solo un messaggio scritto dall’amante di Cady che viene ritrovato di fianco al corpo della donna suicidatasi anni dopo la vicenda rimette in libertà Cady che decide di consumare con estrema lucidità la sua vendetta.

La serie si snoda tra il presente e i flashback che ripercorrono gli anni di prigione di Cady in cui violenze e soprusi hanno trasformato un uomo carico di rancore in un micidiale e finissimo calcolatore. La narrazione non raramente ristagna in scelte stilistiche poco convincenti che disorientano lo spettatore desideroso di provare suspense e tensione. Chi non ha visto i due film precedenti sicuramente godrà di una vicenda avvincente che però spesso si diluisce dentro una scelta narrativa priva di suggestioni strutturali e di una sceneggiatura non particolarmente all’altezza.

Altri film “classici” sono diventati serie interessanti che hanno avuto la capacità di trasformarsi e modellarsi in una nuova forma mantenendo l’appeal del prodotto originale. “Presunto Innocente” del 2024 o “Attrazione Fatale” del 2023 sono perfetti esempi di film del passato diventati, grazie ad un buon lavoro da parte degli autori che ci hanno lavorato, delle produzioni televisive di alto livello in grado di intrattenere nuovamente un pubblico variegato spesso con una preparazione cinematografica di buon livello.

Comunque da vedere solo per la performance da brividi di Bardem, questa serie probabilmente non rimarrà nel cuore di molti spettatori.

***

RIVISTO

IL PROMONTORIO DELLA PAURA, di J. Lee Thompson (Cape Fear, Stati Uniti 1962, 106 min.).

In un’atmosfera hitchcockiana si consuma un dramma “noir” in cui un galeotto, appena uscito di prigione, decide di terrorizzare il suo avvocato incolpandolo della detenzione ingiusta. Robert Mitchum e Gregory Peck nel capostipite dei moderni “thriller”. Paurosamente epico.

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